• Gen
    14
    1977

Classic
Low

EMI

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Low, ovvero come inventarsi la new wave, superarla e passare – quasi – inosservati. Alla base di quella che forse è una delle poche, autentiche pietre miliari della discografia degli ultimi quattro decenni c’è un inganno riuscito a metà, una dissimulazione (l’ennesima) che finisce per rivelare più di quanto volesse nascondere – un artista, un uomo, un universo intero persino. Ineffabile Mr. Jones: credeva che farsi crescere un paio di baffi, vestirsi come un immigrato turco e andare in giro in bici per Berlino Ovest gli avrebbe consentito di mantenere quel basso profilo (low profile è proprio il rebus che si legge in copertina, con lo scatto di scena da L’uomo che cadde sulla terra a mo’ di sberleffo auto celebrativo/commiserativo) che gli serviva per realizzare l’album sperimentale che aveva in mente da un po’. Ma lui era comunque David Bowie e, per quanto cercasse di dissimularsi per l’ennesima volta, una sua mossa – anche se di quel tipo, o meglio specie se di quel tipo – non poteva certo passare inosservata. Al punto che, col beneficio di trentacinque anni di distanza (ma lo potevano dire anche i contemporanei: chiedetelo a Siouxsie Sioux, John Foxx, Gary Numan e qualche altro centinaio), possiamo dire senza tema di smentita che nella storia della musica popolare del Novecento c’è un prima e un dopo Low. Esageriamo? Nient’affatto.

D’altronde, le premesse parlavano già chiaro: il disco avrebbe dovuto in origine chiamarsi New Music: Night And Day, un titolo il cui intento pioneristico e vagamente scientifico-divulgativo lasciava in realtà trapelare un’ombra di sfacciataggine, un residuo di quella spavalderia che ti aspetteresti proprio da una rockstar dall’ego ipertrofico, gonfiato a Nietzsche e cocaina, quale era il Bowie del 1976 (precisamente, aveva iniziato a progettare il disco l’anno prima, componendo alcuni strumentali – rigettati dal regista – per la colonna sonora del citato film di Nicholas Roeg con lui protagonista). Non fosse che quella musica sarebbe poi risultata davvero nuova, e non fosse che l’algido Thin White Duke di Station To Station sarebbe stato soppiantato da un curioso intellettuale mitteleuropeo realmente affamato d’anonimato.

I due processi sono inestricabilmente connessi: la scoperta di una grammatica e un’estetica musicale dalle nuove potenzialità (Neu! Kraftwerk, Tangerine Dream, il Brian Eno ambient), in grado di sovvertire le rigide strutture del pop-rock si accompagna a una progressiva destrutturazione dell’ego, una crisi umana che è disintossicazione fisica e psichica, scoperta della propria vulnerabilità, palingenesi interiore ed esteriore. A ciascuno di questi processi corrisponde una facciata dell’LP: da un lato le confessioni minimali, depresse, schizoidi e frammentarie delle canzoni (Breaking Glass, What In The World, Sound And Vision, Always Crashing In The Same Car, Be My Wife sono la cronaca di un disastro umano); dall’altro la stupefacente evocatività degli strumentali (tra Warszawa e Subterraneans non c’è soltanto l’Est Europa ai tempi della cortina, c’è un preciso luogo dell’anima).

La somma di questi processi ha poi un equivalente geografico –anch’esso luogo dell’anima, reificazione di un topos universale, come già intuito da Lou Reed nell’omonimo album di qualche anno prima -, Berlino. L’unico posto dove è possibile lasciare veramente tutto, sedersi e aspettare il dono del suono e della visione. Anche – soprattutto – se sei David Bowie. Continuando a parafrasare, A New Career In A New Town: non a caso, quello che si apre nel settembre 1976 con l’arrivo dell’ex Ziggy Stardust al 155 di Haupstrasse, quartiere di Schöneberg, è certo – e a ragione – uno dei momenti biografici e creativi più mitizzati della storiografia rock. Tuttavia troppo si è detto e scritto, spesso con vistosa approssimazione, circa il periodo berlinese e i personaggi che lo hanno animato. Su tutti, l’Eno che non è – eresia! – produttore bensì compagno di viaggio, alchimista che si presta al gioco delle parti ristrutturando il processo compositivo sin dalle fondamenta, introducendo nel mondo bowiano l’aleatorietà delle sue strategie oblique. Impossibile concepire Low così come i successivi “Heroes” e Lodger senza i suoi input (Warszawa, cuore del disco, ha preso vita da una sua intuizione), ma allora che dire di Tony Visconti, il vero produttore, autentico e mai giustamente celebrato maestro del suono? Non sarebbe esistita la wave così come l’abbiamo conosciuta senza quella magica mistura sonica di macchine e strumenti: oltre le innovazioni del kraut, oltre il robo-funk già sperimentato dal Duca stesso in Station To Station, oltre la new wave stessa, direttamente verso l’Infinito.

Ultimo ma non ultimo viene Iggy Pop: spalla insostituibile di bagordi e susseguenti penitenze, James fornisce nel medesimo periodo l’occasione di una collaborazione autentica che è parte integrante dello stesso momento artistico; vero è che Low esce prima di The Idiot, ma è innegabilmente figlio di quegli esperimenti,  tanto che è più che lecito parlare non di trilogia berlinese bensì di tetralogia (così composta: The Idiot, Low, “Heroes” e Lust For Life, quattro formidabili cartucce sparate alla velocità della luce; Lodger a onore della cronaca appartiene a un momento crono-geografico successivo, vero diamante pazzo della discografia bowiana). Quanto al disco in sé, bastano i secondi iniziali di Speed Of Life per respirare il futuro, ancora oggi!, e non serve proprio aggiungere altro. Ah sì, ci sarebbe quel famoso slogan: There’s old wave, there’s new wave. And there’s David Bowie.

17 Settembre 2012
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