• Gen
    01
    2003

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Sony Music Entertainment

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Ascoltare Bowie – quella voce come un caleidoscopio di maschere, icona cui è negata la possibilità del semplice manifestarsi – che torna a calpestare sentieri rock piuttosto ordinari (come già a dire il vero anticipava il precedente Heathen), beh, è un’esperienza spiazzante. In primo luogo perché non è chiaro quanto al rocker ex Ziggy Stardust, Aladdin Sane, Duca Bianco etc. interessi potersi esprimere in purezza, e non piuttosto giocare a fare il duttile con
tutto il bagaglio di leggenda che si porta dietro. In secondo luogo perché in fondo potremmo anche fregarcene, se i risultati fossero all’altezza di certe aspettative. E non lo sono. Se la jungle aliena del periodo Outside consentiva quantomeno di apprezzare in Bowie le virtù catalizzzatrici di ingegni avant, con quest’ultima incarnazione sembra voler offrire antologia di sé, con tutti i difetti tipici delle antologie: è didascalico, esegetico, approssimativo.

Dalla prima all’ultima traccia si può percepire – come un rumore di fondo – la sensazione palpabilissima di chi lavora al di sotto delle proprie possibilità, di chi si mette in gioco superficialmente, oltretutto con l’aria di chi ci fa un gran favore facendosi un po’ di torto: e non per calcolata sufficienza, ma perché intimamente convinto di aver già dato prima e meglio, di aver scalato cime ben più alte che neppure c’è bisogno di stare a ribadirlo (e su questo, beh, come non essere d’accordo?). Il problema è che gli undici pezzi – quattordici se consideriamo il bonus cd – mettono in fila muscolarità wave-glam, farragini elettroniche e abbandoni soul-jazz impegnati a riscattare melodie non proprio brillanti
(She’ll Drive The Big Car), a tratti scontate (Looking For Water) per non dire scadenti (Fall Dog Bombs The Moon). Comprensibile ma disarmante quindi che si ricorra alla rifrittura del repertorio (Never Get Old sembra Fame rifatta dopo una telefonata a Brian Eno) per ispessire l’esile trama. Ed è difficile non provare fastidio per l’inconcludenza di episodi come Days, reggaettino rimagliato Kraftwerk che sembra unicamente rispondere all’esigenza di “arieggiare” il programma.

Neppure intervengono a consolarci le auspicabili mirabilie della confezione: vedi il caso della chitarra flamencata – puro sfoggio d’arrangiamento – che d’un tratto spiove nel finale di Pablo Picasso (già, si tratta proprio dell’angoloso  ordigno Modern Lovers, una delle due cover presenti in scaletta, l’altra è un ossequio a Gorge HarrisonTry Some Buy Some – tra il pomposo e lo snob), o la decadenza frusciante di Bring Me The Disco King (i Cousteau – che pure a Bowie devono moltissimo – rifatti con la legnosità di un Cave), o il valzer lento vagamente Black Heart Procession di The Loneliest Guy (dai versi un po’ troppo simili alla Black Cherry di Goldfrapp): tutta roba del tipo “guardate cosa sono in grado di fare dopo sette lustri di onorata e genialoide carriera”. Eggià, guarda cosa è in grado di fare…

A proposito di carriere di lungo corso, giusto sottolineare che a sovrintendere il tutto c’è l’antico compagno d’avventure Tony Visconti: non faccio fatica a immaginarlo, col suo sogghigno compiaciuto tra un muretto di suono e l’altro.
Abbiamo detto due cover, ma in realtà sono tre, perché nel cd bonus troviamo una Rebel Rebel che è rilettura pacificata e compiaciuta ai limiti del lezioso di uno dei tanti cavalli di battaglia dell’uomo-che-cadde-sulla-terra: trattasi di auto-apoteosi straripante savoir faire, una spolverata all’album delle fotografie “vedi quanto ero giovane allora ma in fondo lo sono di più oggi”. Insomma, un po’ insulsa un po’ trucida esegesi sonora in passerella d’alto bordo. Potrà sembrarvi un giudizio poco oggettivo per non dire risentito, ma davvero non mi viene di fare altrimenti. Come potrei negare la forza e la persistenza di quei dischi (sapete quali) capaci ancora oggi di ficcarmisi sotto pelle e strapazzarmi i pensieri? E come non avvertire l’eco di tanto voluminoso passato che scientemente attraversa le canzoni di Reality, le pervade come una sorta di mistico lasciapassare per la mente (il portafogli) della nutrita clientela?

David Bowie Spa, signori miei. Ecco il punto. Persona non più fisica ormai, società anonima che può ben permettersi di tenere in poca considerazione la realtà (come recita nella rabbiosa – rabbiosa? – title track). Da parte mia, il minimo sindacale di ascolti per vergare queste righe. Non uno di più.

1 Gennaio 2003
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