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7.8

Il ritorno di David Bowie non solo è stato una straordinaria sorpresa, ma coincide anche con un grande disco. Se l’ultima fase della sua carriera sembrava barcamenarsi tra inseguire la contemporaneità e strattonare il fantasma del proprio formidabile passato, finendo per inciampare in un supergiovanilismo tanto stilisticamente strutturato quanto musicalmente prescindibile, oggi sembra accettare tutti i suoi sessantasei anni sui quali edifica un punto di vista forte – esistenziale, politico, sociologico – sul presente.

I testi – con quel tipico tourbillon di situazioni torbide, sospese, insidiose, languide, enigmatiche – sembrano convergere sui temi del tempo come divenire e svanire, della (in)consistenza della memoria, dei miti effimeri (lo stardom) e tragici (la guerra), sui volti equivoci e oscuri dell’amore. Situazioni che vedono il Duca sfaccettare l’approccio, smaterializzarsi in una ricerca febbrile del sé forse mai veramente individuato, malgrado l’aspetto finalmente quieto, borghese, civile. Anzi, in ragione di ciò il suo manifestarsi rock appare quanto mai minaccioso, un Mr. Hyde che emerge dal calderone, il ghigno febbrile dietro la maschera rassicurante (un po’ come fa la caramellosa Valentine’s Day con le sue febbricole carezzevoli ed i coretti Sixties: in realtà si riferirebbe a uno dei tanti, troppi eccidi commessi in una scuola).

È rock confezionato calando sul piatto una gragnola di espedienti, schegge citazionistiche comprese. Eppure non sembra mai un gioco gratuito, e per il più semplice dei motivi: le canzoni hanno forza, reclamano senso e urgenza, arrivano al punto sulla spinta di una lucidità rinnovata. Il discorso si sviluppa lungo una grammatica basale, tirando la giacca a un’idea pop-rock brusca, addirittura veemente e comunque mai addomesticata, vedi il riffone Kinks di (You Will) Set the World On Fire – con un fantastico assolo che incendia il filo rosso teso tra glam e wave – oppure quella The Stars (Are Out Tonight) che si fa strada con un riff che sembra un’allucinazione tossica di Absolute Beginners e poi s’invola tra irrequietezze elettriche, trepidazioni cinematiche e brume black.

Proprio l’elemento black è una delle componenti che più impressionano per il taglio crudo, impetuoso, sottolineato dal sax baritono di Boss of Me (nevrosi Morphine, una fragranza quasi Neil Young nel ritornello) e Dirty Boys (il passo ebbro e scorticato da Nick Cave sornione), come se volesse mettere in scena il dark side bieco e sanguigno di Young Americans e Tonight. Inevitabilmente quindi Bowie pesca dal repertorio, ma solo se la trovata è organica alla canzone, e comunque sempre sul filo tra allusione ed elusione. È il caso di You Feel So Lonely You Could Die, ballata in bilico tra amarezza e disincanto – sorta di nipotina musical di Rock ‘n’ Roll Suicide – la cui dissolvenza in uscita ricalca il drumming di Five Years, a rievocarne l’angoscia struggente, quel battito indimenticabile.

Oppure vedi le rasoiate cocainiche di chitarra che sembrano balzare direttamente da Cat People (come nella robotica Love Is Lost), il ghigno ebbro circa Beauty And The Beast che innerva la baldanzosa title track, lo sbrigliato errebì à-la Lust For Life (ma stemperato coi Pretenders di Don’t Get Me Wrong) in Dancing Out in Space. È una lancinante baracconata rock dove non ci sono spazi per le gigionerie, ed è una specie di miracolo. Al contrario, alcuni spunti ti sorprendono per l’audacia, per la nota enigmatica che mettono in circolo. Ci riferiamo a Heat con le sue rarefazioni jazzy ombrose, un David Sylvian grave e a tratti scabro, o alla fragilità accorata di Where Are We Now? coi sapori eniani in una ballad indolenzita, giocata sul mettersi a nudo – disincanto, stanchezza, rimpianto – come da Bowie non ti aspetteresti.

Detto però di una If You Can See Me che sbriga i rigurgiti jungle azzeccando il giusto dosaggio drammatico (grazie a un delirante bailamme prog-wave) e di quella I’d Rather Be High nel solco tra neo e old psichedelia per sfrigolante brano antimilitarista, resti senza parole al cospetto di How Does the Grass Grow? col suo intro “berlinese”, il passo androide, i coretti psicotici, il ritornello ricalcato da Apache degli Shadows (Jerry Lordan è citato infatti come co-autore del pezzo), la chitarra acidona, il bridge crooneristico e un finale che sprimaccia visioni post-kraute: il pastiche è servito, folle, incredibilmente congruo, godurioso.

È insomma un disco che farà felici tutti i fan dell’ex-polveredistelle, per come ce lo restituisce ispirato e intenso: è almeno dai tempi di Let’s Dance che un lavoro di Bowie non sembrava così in grado di scuotere il panorama musicale. E The Next Day è complessivamente migliore di Let’s Dance. È una buona notizia anche per il rock come forma espressiva, perché si dimostra in grado di essere significativo facendo combaciare la sua forma più autentica e quella mainstream, la forza dell’impianto classico e la spinta ibrida innovatrice. Tony Visconti, che ha prodotto, parla di parecchi altri pezzi già pronti e dell’intenzione di tornare in studio già da fine 2013. Sembra tutto troppo bello. Ma è vero.

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