Recensioni

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Nel 1975 David Bowie già studiava la terza reincarnazione: Ziggy Stardust si era “spento” nella famosa notte dell’Hammersmith Odeon ed il caschetto modernista dei primi giorni neanche lo si ricordava. Bastava osservargli la nuova chioma per intuire che quel ciuffo, liscio e furbo, sarebbe stato punzecchiato da una diversa brezza.

Decise, dopo i favori della natia Albione, di colonizzare il territorio americano e vi si trasferì nel 1974 col solito orecchio vigile. Un soggiorno newyorkese e uno losangelino, poi una vibrazione proveniente dalla Pennsylvania dove un singolare battito funk danzabile viene etichettato Philly sound. Lui sentenzia (e quando Bowie sentenzia..) che bisogna rigare in quella direzione, pertanto via alla volta di Philadelphia con dietro uno stuolo di nuovi personaggi e tende nei famigerati Sigma Studios. Mick Ronson – che intanto girava con un disco dove riprendeva addirittura il nostro Lucio Battisti – non c’è ed al suo posto subentra il colored Carlos Alomar mentre ai cori (molti, moltissimi) si scorge l’ugola di un giovanissimo Luther Vandross che insieme all’edulcorato sax di David Sanborn tagliano di blue eyed soul l’evento.

Young Americans è l’album aperto da quella swingante title-track che sfuma citando A Day In The Life dei Beatles, che riprende Across The Universe degli stessi (dignitosa) e disegna anthem disco-chic quali Fascination e Fame, quest’ultima un funk molto Sly Stone scritto e cantato con colui che definì il glam solo rock and roll col rossetto, John Lennon, e che frutterà al prossimo Duca Bianco (che ormai si reggeva a cocaina) il primo numero uno negli states.

Nella nuova ristampa, la quarta dalla sua prima volta, oltre ai bonus John, I’m Only Dancing (Again),Who Can I Be Now? e It’s Gonna Be Me è allegato un DVD che ritrae il Nostro sul palco del Dick Cavett Show per un intervista e due pezzi live, Young Americans e 1984 da gustare nel proprio salotto.

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