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6.9

Codice genetico etno-funky e divagazioni trip-hop tra i guizzi e i batuffoli onirici d’una brass band: la formula è giusta, inflessibile, oserei dire ingegneristica. Riesce a chiudere un cerchio niente male tra una delle artiste più sostanziosamente cool degli ultimi anni ed un vecchio guru wave forse un po’ troppo istituzionalizzato ma con le antenne sempre dritte. La collaborazione tra David Byrne e St Vincent è cosa buona, consegue risultati forse prevedibili ma imprevedibilmente brillanti riguardo la scioltezza della scrittura e il brio delle interpretazioni. Entrambi sembrano guadagnarci: lei ne esce con l’orizzonte stilistico arricchito dalla densità folk e tribale dell’ex testa parlante, lui dimostrando di aver qualche freccia da scoccare quando si tratta di attualità sonora.

S’avverte un senso di arguzia festosa che non sacrifica mai troppo calore sull’altare dell’ingegno, un rinculo avanguardistico che raccoglie più di quanto intenda seminare e difatti mira a confezionare canzoni che funzionino avvincendoti, tipo la lirica e convulsa Ice Age, una Who che sembra la traccia-anello di congiunzione tra Rei Momo e Little Creatures, quella Lazarus colta da un grappolo punk-wave tardo 80’s, le trascinanti The One Who Broke Your Heart e Weekend In The Dust o quella The Forest Awakes che potrebbe essere il gioiellino scivolato fuori dallo scrigno della più recente Björk. Il difetto principale sta forse in certa enfasi melodica sul punto di inciampare nel lezioso, vedi Optimist e la conclusiva Outside of Space & Time (sorta di nipotina blanda di Heaven),  episodi che ispessiscono la natura intrinsecamente episodica di questo pur molto gradevole Love This Giant.

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