Recensioni

7.3

David Gilmour, Robert Wyatt, Brian Eno. Chiamatelo humus generazionale, sensibilità comune, corso e ricorso di vite che s’avvicinano ai sessanta, mettetela come volete ma il risultato non cambia e non cambierà. C’è un filo rosso che lega gli artisti citati, un modo d’intendere la musica e la vecchiaia che ne esalta più pregi che difetti.

Prendete questo On An Island, terza fatica di David Gilmour solista reduce dall’estemporanea reunion con i Floyd, ascoltate la traccia omonima e domandatevi quanto essa disti da un brano dell’album Dondestan (di Wyatt), accostate l’orecchio poi a The Blue e vivetevi giusto un altro giorno sulla terra con un altro coetaneo, Brian Eno. Tutto torna: un cerchio di luce e di ricordi, il sapore di Casa e quel pizzico di fascino, (e quel retrogusto di) fastidio per quel che è (già) tradizione.

Note, strofe, melodie marchiate nella coscienza collettiva che ritornano. In verità non se ne sono mai andate. Lì per lì non pare neppure necessario ascoltare con attenzione, specie se alle cupezze di Dogs Of War, o Welcome To The Machine, il chitarrista predilige il ritiro sull’isola, il relax in perfetto equilibrismo emotivo tra la pace dei sensi e il senso di perdita. Ma l’orecchio richiama attenzione. Il Gilmour del dopo Live8, senza la macchina di Pink, senza gli stadi e lo stress delle faticose tournée, forse (da solista) non è mai stato così ispirato.

On An Island non è il ritiro dello sconfitto come lo vorrebbero i fan dell’irrisolto Waters, neanche il foglio d’appunti del professionista dell’assolo (come era successo per i precedenti David Gilmour e About Face), piuttosto il playground dell’uomo solido e libero che è ora, il perfetto contraltare dell’ex compagno di viaggio che ancora cerca (e che ancora non salta in groppa alla maturità).

Giochi di sguardi. Tra il tormento e la storicità. E il Gilmour che ti ficca la nota acuta sul calar del sole come sulla punta del ghiacciaio (e nel corridoio c’è già gente che sbuffa…), non manca neanche lui. Eppure, ed è qui la svolta, parliamo di un album di canzoni architettate con gusto e leggerezza che vanno ben al di là del format Wish You Were Here.

Sono questi episodi accorati, umani, abbandonati, cantati con un registro onesto prima ancora che perfetto a destare l’ascolto. Ballate sognanti come le citate Blue e On An Island ma anche le bellissime Smile (dove pare un McCartney più nudo e crudo) e A Pocketful Of Stones (sulle stesse corde ma più sinfonicamente).

Non mancano gli intramezzi del “continua a brillare pazzo diamante” (Red Sky At Night, A Pocketful Of Stones), i trascurabili siparietti saloon blues con tipica talkin’ guitar (This Heaven), e un robusto blues-rock Take A Breath giusto per ruggire un po’.

On An Island non è un capolavoro ma senz’altro rappresenta il compendio di una dignità umana da gonfiare il petto. Il chitarrista non è mai stato così versatile, né così desideroso di cantare delle canzoni. E che canzoni…

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