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Il vero motivo che due anni fa ci spinse ad innamorarci di Deadpool – l’eroe che di “super” ha solo la parlantina e un talento innato per le battute – risulta essere, in questo secondo capitolo, il suo limite più grande. Stesso team di produzione, diverso regista (con David Leitch chiamato a sostituire il dimissionario Tim Miller), al servizio di un’operazione sequel che sembrava un obbligo più che una necessità vera e propria, visti i risultati ottenuti al botteghino dal primo film e l’entusiasmo generale scatenatosi intorno al personaggio. Dunque è chiaro che Ryan Reynolds & co. erano chiamati a uno sforzo non indifferente e soprattutto non programmato, ma comunque sentito: costruire per e su Deadpool un universo esterno ai suoi monologhi che infrangevano in maniera sbarazzina la quarta parete, ovvero l’aspetto che aveva reso il suo debutto qualcosa di nuovo rispetto al genere da cui emanciparsi (il modello dei Marvel Studios); ne risulta l’ampliamento della rosa dei protagonisti, un intreccio più complesso – solo in apparenza – e la voglia di raggiungere non soltanto un pubblico selezionato, ma anche quello che normalmente non approccerebbe prodotti di questo tipo.

Via il sesso quindi, che nel capostipite era tanto, esplicito e ironico, sostituito invece da un’infinita varietà di gag e variazioni sul tema dell’essere emarginati prima che supereroi, il senso di responsabilità, l’autocritica rivolta al sistema cinematografico; insomma, tutto sembra voler instradare questo sequel sulla scia dei cinecomic fabbricati in serie eliminando ogni tensione narrativa e ripetendo quei medesimi schemi che venivano sbeffeggiati in maniera dissacrante un paio d’anni fa. Non basta nemmeno un villain/non villain come Cable – che Josh Brolin riesce a rendere meno monocromatico del previsto – né un paio di effetti sorpresa che scombussolano il racconto e distraggono dal vero problema: la macchina Deadpool appare già stanca e col fiato corto, un segnale terribile soprattutto alla luce del già annunciato spin-off sulla X-Force.

I punti di forza rimangono le sequenze extra-narrative, prive di senso e anarchiche come i titoli di testa e le “fantasie” dopo i titoli di coda, le battute auto-referenziali di Reynolds (che qui esordisce come co-autore della sceneggiatura, diventando un padre-padrone piuttosto ingombrante per l’operazione tutta) e i riferimenti a Hollywood (poche luci e molte ombre, se pensiamo alla china discendente di certe stelle del firmamento di celluloide), ma su tutto aleggia prepotente una sensazione negativa mitigata se non altro dalla regia di Leitch, dinamica e piacevole (dimostrazione di una certa confidenza col genere dopo i successi di John Wick e Atomica bionda). Forse, al di là della sua politica consapevolmente volgare e borderline, il franchise sul Mercenario Chiacchierone non ha affatto le potenzialità per sviluppare la stessa idea serializzata della cugina Marvel, ma esaurisce la sua funzione dissacrante e di “rottura” attraverso la scarica adrenalinica di un’unica storia dalla durata relegabile a un solo lungometraggio. Ragion per cui questo sequel non ha alcuna valida ragion d’essere se non quella del mero interesse commerciale (e Miller che tirava i remi in barca ancor prima dell’inizio delle riprese sembrava aver già capito l’antifona).

Tra non molti anni, probabilmente, ci ritroveremo seduti in un minuscolo club a parlare più della campagna pubblicitaria costruita a tavolino attorno al fenomeno Deadpool (senza dubbio il lato davvero geniale dell’operazione) che della effettiva resa degli adattamenti cinematografici. Del resto, di cosa parlava il primo film? Appunto…

18 Maggio 2018
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