Recensioni

Cosa può voler dire “Lynchano” in musica? Come tradurre quella spettralità arcinota al mondo come firma di David Lynch? Il primo punto da affrontare occupandosi di Crazy Clown Time è proprio questo, con molta più impellenza che non i motivi che hanno spinto DL a scegliere la musica – e il formato album – come nuovo possibile orizzonte. Non è certo una novità l’attenzione del regista all’universo sonoro. Ci sono state le scritture musicali condivise con Badalamenti, molto prima della produzione per This Train di Chrysta Bell, o della collaborazione con gli Interpol. Lo sanno bene i Pankow di Freiheit Für Die Sklaven, laddove citano il padre di Eraserhead e la sua In Heaven. Ce ne ricordiamo perché in qualche modo i fiorentini ci sembrano – ci sembravano, prima dell’uscita di Crazy Clown Time – un buon modo di operare quella traduzione con cui abbiamo aperto la recensione.
E invece oggi arriva proprio David a scegliere un’alternativa tra il restare se stesso pur cambiando forma espressiva o negarsi nel non cercare di ripetersi, mettendo da parte l’inquietudine visionaria a cui ci ha resi avvezzi. Delle due, la prima forse non poteva che prevalere, ma con un paio di sorprese che non ci lasciano indifferenti. So, incredible!, David Lynch ha il dono della sintesi. Il che non vuol dire essere sintetici, ma saper dosare gli ingredienti. Nelle forme americanissime che compongono Crazy Clown Time, Lynch sa usare il rasoio di Ockham, sia in terreni elettrici – con l’aiuto dell’ingegnere del suono Dean Hurley, a trovare una produzione curatissima sopra e sotto la struttura scheletrica dei brani – che acustici, asciugati all’essenziale.
Sin dall’iniziale Pinky’s Dream – con l’ospite Karen O alla voce – l’elemento vocale appare subito come centrale, così come l’ipnosi ritmica, a diverse velocità, secondo timbri ed effetti di realtà acustica diversi. Risuonano quegli Ottanta electro di Arthur Russell in Good Day Today (primo singolo lanciato, e già remixato dagli Underworld) ma David è soprattutto desertico, quando solca – con la calma ebbrezza di una voce da freak lunare (che ovviamente cammina con il fuoco) – le tracce di gente come Michael Gira (Noah’s Ark), oppure quando per un vezzo del destino diventa tarantiniano, barando al gioco delle tre carte con chitarra e batteria sole (The Night Bell With Lightning). La ripetizione, l’incaponimento sono elementi essenziali. Strange And Unproductive Thinking persegue, con la determinazione paranoica di un vocoder-spoken-word, la formula della narrazione (ma qui è più un saggio che un racconto) di The Gift di White Light/White Heat dei VU.
L’ossessione paranoica del gesto del musicista che sa dove inizia e non sa dove finisce è la chiave di quella traduzione che andavamo cercando. Un modo di adattare e adattarsi eccezionalmente accessibile e popolare (pur sotterraneamente malato), altra graditissima sorpresa dell’uomo di Missoula.
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