Recensioni

7.1

La scelta di Lykke Li per I’m Waiting Here (bonus track messa in coda al disco) si specchia con quella di Karen O per Pinky’s Dream, che apriva Crazy Clown Time. Il gioco di specchi non finisce qui, ma è la metafora a reggere l’impianto discorsivo attorno a The Big Dream, secondo album di un David Lynch musicista dallo stile estremamente riconoscibile.

La Ballad of Hollis Brown cantata da Nina Simone, poi passata tra le corde di Bob Dylan, nelle mani di Lynch diventa un incrocio tra So Glad e Noah’s Ark del primo album. È questo il prototipo dichiarato del “moderno blues dei bassifondi” che Lynch intende esplicitamente percorrere e re-inaugurare conThe Big Dream. Come dice Nina, Hollis è poverissimo, ha cinque figli e tutti nella sua famiglia patiscono la fame. Punto. Storie ossificate, asciugate non dal poeta ma dal traghettatore di storie popolari in un formato (la canzone) popolarmente fruibile.

L’operazione è vecchia come il blues e come il r’n’r, come ci avvisa lo stesso Lynch. Aggiungiamo noi che in Crazy Clown Time c’erano già questi prototipi, sviluppati in maniera ottima se non eccellente. Era già una prassi consolidata. Del blues riprendeva l’idea di costruire standard, da modulare in mille versioni, che parlano sempre delle stesse figure (retoriche), degli stessi personaggi che oggi ci sono e domani non ci sono più.

Il paesaggio è l’altra chiave. Lynch costruisce macchine celibi perfette per naufragare nel deserto immaginario dell’estremo Sud degli States, non quello reale ma quello immaginato da David e percorso (con la Dodge di Pinky) nell’esordio con piglio sanguigno, viscerale, in The Big Dream con meno impatto. È come se prima fosse un’esigenza, e oggi già più un gioco, un divertissement, uno stomachion.

Le ossa desertiche di The Big Dream sono certo ottimo strumento di alienazione (già dall’iniziale title-track, poi ancora con l’inquietante e sensuale I Want You), sono asciutte e dirette (Star Dream Girl, memore dei White Stripes), semplici ed efficaci (Last CallCold Wind Blowin’). Risentono però di quella che potremmo definire “retorica del sophomore”: quando per raccontare un secondo album si esprime a parole quello che in realtà avrebbe già spiegato il disco precedente. Fuori dalle auto-caricature volontarie e involontarie (Sun Can’t Be Seen No More), non è affatto un dramma.

(streaming integrale del disco via Pitchfork)

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