Film

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New York, 1926. Il magizoologo Newt Scamander sbarca nel nuovo mondo per liberare una delle tante creature fantastiche che si celano all’interno della sua magica valigetta. Con sua grande sorpresa, scoprirà che in territorio americano il mondo magico è ben più minaccioso e conservatore di quanto non fosse la sua controparte britannica. Come se non bastasse, alcune creature sfuggono al suo controllo e la sua ricerca finirà per condurlo nel bel mezzo di una disputa tra la comunità magica e quella dei babbani, qui chiamati No-mag.

Sono passati esattamente quindici anni dall’arrivo nelle sale cinematografiche di Harry Potter e la pietra filosofale, ma da allora tutto il contesto sociale e politico intorno a noi è pesantemente cambiato. Sembra partire da premesse politiche piuttosto forti questo nuovo arco narrativo che J.K. Rowling ha deciso di far approdare direttamente nelle sale, confidando che la settima arte possa servire da forte catalizzatore per le masse e fare sicuramente più “danni” della carta stampata (anche viste le ultime, preoccupanti statistiche sull’andamento della lettura tra il pubblico). Se nel lontano 2001 (i libri sono di poco precedenti, con il primo capitolo pubblicato nel 1997) lo spettro di un’allarmante ondata di instabilità politico-sociale era solo inconsciamente suggerito (poche settimane prima dell’uscita nelle sale del primo film, gli Stati Uniti venivano sconvolti irrimediabilmente dalla tragedia dell’11 settembre), nel 2016 la Rowling sembra impugnare il proprio universo narrativo per tracciare un percorso che rifletta i tempi attuali e funga da inno speranzoso verso un futuro se non più roseo, perlomeno pregno di speranza. Un sentimento che pare essere stato spazzato via dalla recente elezione di Donald Trump e, in terra britannica, dall’esito del referendum sulla Brexit.

Fin dalle prime pagine di quel primo capitolo che avrebbe dato il via alla saga letteraria più famosa e remunerativa di tutti i tempi, la sensazione che il vero nucleo fosse da rintracciare nelle vicende umane dei giovani protagonisti era più che fondata. Alla Rowling, oltre alla caratterizzazione di personaggi che accompagnassero il giovanissimo lettore nel suo percorso verso l’adolescenza prima e l’età adulta poi, è sempre stato a cuore un tema molto più profondo e ambizioso: la tolleranza. Sotto qualsiasi forma: verso il diverso, verso ciò che non si conosce o che non si capisce fino in fondo, verso il pregiudizio (la parabola di Severus Piton e in parte quella di Draco Malfoy è essenziale in questo senso). Ecco allora che fin dalle prime battute di Animali fantastici e dove trovarli è chiaro quale sarà la portata di questa nuova pentalogia, che come già annunciato andrà a coprire un arco temporale di 19 anni nella vita dei suoi protagonisti (1926-1945).

Un’ambizione enorme che dovrà essere supportata solidamente da una serie di film di cui il primo capitolo fornisce una premessa avvincente. Abbandonata l’innocenza e l’ingenuità del film del 2001, il nuovo corso riprende le atmosfere che avevano chiuso la saga principale calandole al contempo nel contesto degli anni Venti americani: quelli del proibizionismo, del primo dopoguerra, del razzismo e del segregazionismo, degli attimi prima della Grande Depressione, dell’avanzata dei totalitarismi, del massacro della Seconda Guerra Mondiale. Temi come la diversità e la repressione sono ben congegnati all’interno di una narrazione che risulta fluida nonostante la rilevanza degli argomenti, e non vi è dubbio che costituiranno l’asse portante di tutta la (nuova) saga.

Sotto la regia di un sorprendente David Yates (mai così sicuro di sé dietro la macchina da presa), Animali fantastici giustifica ampiamente la sua esistenza grazie a uno spettacolo visivo che difficilmente potrà essere dimenticato, supportato com’è da una computer grafica impeccabile e una caratterizzazione dei suoi buffi e digitali personaggi che farà innamorare sia grandi che piccini. Da affinare, invece, le caratterizzazioni dei personaggi in carne e ossa, che dovranno necessariamente affrancarsi da una versione ancora troppo bidimensionale (aspetto che vale per tutto il quartetto: dal macchiettistico Eddie Redmayne al migliore del lotto, Dan Fogler); discorso che invece non è applicabile a una delle grosse sorprese del casting: Johnny Depp nel ruolo di Gellert Grindelwald. Sebbene questa scelta sia stata già ampiamente criticata dalla fanbase potteriana e non, il divo americano (nei suoi due minuti di scena) risulta più che convincente, soprattutto alla luce di un look che esalta le imperfezioni del suo personaggio (nonostante la fama che circonda l’oscuro mago. Forse la sua totale devozione alle arti oscure ha distrutto la bellezza di un tempo?). Difficile gridare al miracolo da queste poche battute, vista anche la fumosità del corrispettivo cartaceo, citato poco anche all’interno delle pagine della Rowling. Il parallelo con Lord Voldemort è più che ammissibile, anche se in quel caso la sua figura, diventata iconica da subito, godeva di un background protrattosi per sette romanzi.

Racchiuso in una forma cinematografica perfettamente autoconclusiva, non resta che attendere altri due anni, quando cominceremo a capire in che modo questo nuovo corso approccerà le vicende dei personaggi più noti (Albus Silente su tutti) e approfondirà quelli appena introdotti, con la certezza che i temi affrontati finora godono di una maturità raccomandabile a tutti i blockbuster di questo tipo.

20 novembre 2016
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