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L’oreficeria di Davide Viviani è un disco che mette al centro la parola. Una parola nata prima come dizione poetica e poi diventata canzone, racconto di una quotidianità sottopelle come la canterebbe un Dente più riflessivo e introverso, e tradotta da una penna virtuosa che non teme i silenzi o gli spazi vuoti. In un album che lascia trasparire un cantautorato atipico nella cadenza ed elaborato nel fraseggio, il senso del discorso va cercato in componimenti come E a tutto quel mondo lì, con un De Gregori che entra di soppiatto nei rimandi musicali a modellare un gioco di specchi intriso di rapporti umani, o magari nella bellissima Litania della città alta, in cui un viaggio in funicolare diventa l’occasione per osservare malinconicamente la propria vita dal finestrino («di là la noncuranza del guidatore, quante ne avrà sentite sali e scendi, prezioso il suo bagaglio, solo quello di chi può buttare tutto, io invece me lo porto a spalle il bello e il brutto attorno»). Elementi biografici che si mescolano a riflessioni personali, condotti a passo lento da una voce che non pretende a tutti i costi attenzione, ma nel flusso di coscienza ritrova spessori semantici capaci di rapire.

Il contorno è un elegante e minimale tratteggio di arpeggi di chitarra acustica, elettricità trattenute, concessioni a un’America folk epidermica (Agua), ragnatele di pianoforti quasi impercettibili, ironici valzer (Nella colza), su geometrie che si fanno elastiche e malleabili, fascinose e quasi blues – per lo meno nell’indole. L’Alessandro “Asso” Stefana (PJ Harvey, Vinicio Capossela) chiamato a produrre interpreta alla perfezione una materia musicale corposa e strutturata, che negli arrangiamenti necessita di respirare per mostrare tutta la sua articolata metrica letteraria. Una complessità di sapori a cui dà il suo contributo anche Marco Parente, chiamato a chiosare in un’insolita veste di batterista parco e attento ai dettagli, e implicitamente a dare la sua benedizione a un artigiano specializzato come Viviani.

Manca giusto un po’ di quantità alla qualità di questi (soli) otto brani, ma quel che si ascolta mostra un tale groviglio emotivo e una così raffinata indole poetica, che è impossibile restare impassibili.

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