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Il ritorno dei Dead Can Dance passa per il mediterraneo orientale e per Anastasis, termine greco che significa, appunto, resurrezione. Vezzo intellettuale tipico dei due autori, che sentivano in qualche modo il bisogno di marchiare il gran rientro con un sigillo che suonasse quanto meno solenne. Lo dicevamo nella disamina storica di qualche mese or sono, sottolineando che sedici anni dall’ultimo disco in studio non hanno consumato un granello dell’appeal che la sigla DCD ha conquistato sul terreno della popular music. Anzi, il tempo ha posato sul catalogo della band la polvere preziosa dei classici, secondo un processo di cristallizzazione nell’immaginario collettivo che rende quasi immuni dalle critiche contingenti. Anastasis, per tanto, si venderà da solo, forte com’è del carisma dei suoi autori, senza che per questo ci si sforzi un minimo per indagare quello che contiene, ovvero la musica che Brendan Perry e Lisa Gerrard sono capaci di fare insieme dopo sedici anni dalle ultime session di studio.

Dopo tutto questo tempo era difficile aspettarsi una formula totalmente rivoluzionata, eppure colpisce la calligrafia così fedele a se stessa, così pigramente adagiata sulle consuete formule. Non è tanto il fatto che i Dead Can Dance suonino oggi come suonavano sedici anni fa, quanto proprio il fatto che nonostante tutto, i due insieme facciano esattamente la stessa cosa di sempre, lasciando quindi perdere buona parte della ricerca formale che li aveva distinti. Che un genio come Brendan Perry si limiti a fare il verso a se stesso, copiando letteralmente scale, strumenti e soluzioni armoniche da Into The Labirynth e Spiritchaser, coniando un disco che ne è in qualche modo la sintesi, è una caduta di stile che sarà perdonata da tutti dietro la copertura della reunion, e quanto al resto i fan saranno contenti anche solo di avere per le mani un nuovo disco dei DCD. Eppure i sintomi che Perry sia ormai in piena crisi creativa e proceda solo grazie ad un altissimo livello di professionismo sono dietro ogni nota di questo disco.

Nemmeno il richiamo alla tradizione turca e greca che sta dietro le cadenze etno-orientali di Agape, Kiko e Opium hanno molta profondità e i canti liturgici della Gerrard, come Anabasis e Return Of The She-King  si fermano un attimo prima di colpire, vuote costruzioni di cristallo che non risplendono come in passato. Amnesia, poi sconfina nell’easy listening come non era accaduto nemmeno in Mr. Lovegrove. Certo, Anastasis è un prodotto rifinito nel dettaglio ed è ben oltre la mediocrità imperante oggigiorno, ma non si sta parlando degli ultimi esordienti dietro l’angolo, quanto degli autori di Aion e Spleen And Ideal e se sei il primo della classe devi sempre dimostrare di più.

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