Recensioni

Nel 2012 Anastasis – dal greco: resurrezione – ne aveva disotterrato la sigla alla stregua di un manufatto perfettamente conservato. Allora, sedici anni dopo la loro ultima produzione, quelle musiche suonavano come una sintesi degli ultimi lavori (tra Into The Labirynth e Spiritchaser), un sound in provetta dettato da una confortevole riconoscibilità che ne investiva ogni aspetto, svilendone fughe prospettiche e urgenze artistiche. Del resto, le musiche lì composte erano cartoline spedite a casa dei fan di mezzo mondo allo scopo di ricordar loro che c’era un tour in arrivo grazie al quale si sarebbero celebrati nuovamente i fasti, le liturgie e le gesta di una grande casata.
Con Dionysus – dedicato all’omonimo mito – la storia si ripete. Differentemente dalla prova del 2012, è un disco prevalentemente strumentale, con un suono ancora fascinoso e avvincente, eppure con così poco da offrire oltre la propria imperturbabile rappresentazione. C’è una copertina (raffigurante la maschera rituale degli Huichol, una popolazione della Sierra Madre in Messico, legata a riti sacri con il peyote, che si riallaccia idealmente a quella del primo omonimo disco) e un titolo (che si riallaccia anch’esso a un’omonima maschera) che lasciano all’immaginazione più di quello che queste musiche siano in grado (o vogliano) offrire, sospetti confermati da una nota stampa molto particolareggiata nello svelare il concept dietro l’opera, un viaggio sonoro che, sotto una mistica falce di luna, si posiziona sul lato più world/new age del loro catalogo. Anche in questo caso, il dato forte è ancora un tour (occhio alle date milanesi), il terzo di queste cicliche reunion dal 2005, appuntamenti apertamente ispirati ai quasi 30 anni di carriera del duo, una celebrazione in piena regola che fa da contraltare forte a questo secondo, valido ma non cruciale, ritorno discografico. Del resto, «il racconto in musica delle sfaccettature del mito di Dioniso e del suo culto nella forma musicale di un oratorio cinquecentesco» che leggiamo nella press è una storia come un’altra. Nell’oratorio di Brendan Perry e Lisa Gerrard non troviamo tracce né di duplicità, né di ambiguità, né di ebrezza, né di estasi e tanto meno falloforie, spetta a noi immaginarci l’arrivo di Dionisio dal mare (Sea Borne), il Monte che ha dato i natali alla divinità (The Mountain), l’invocazione che renda propizio il raccolto (The Invocation), il ritorno alla natura e al primordiale (The Forest), la guida delle anime dei defunti nell’Ade (Psychopomp) ecc.
Ispirandosi alle musiche medioevali, i DCD rielaborano un misto di tradizioni orientali – turco-greche – con la definizione del catalogo della Real World di Gabriel (o del catalogo world di Gabriel stesso), in cui innestano selezionate suggestioni prese ai quattro angoli del globo: possono essere richiami agli urli di battaglia degli indiani d’America, tribalismi dall’Africa Nera, fascinazioni andaluse o, come accade misuratamente in questo disco, suoni concreti catturati da Perry in questo o quel continente (alveari neozelandesi, volatili brasiliani…), particolari strumenti tradizionali (tamburo a cornice iraniano, fujara, flauto slovacco ecc.), ma nulla che suoni urgente o primordiale. La loro è una miscela gassosa, una visione gotico-medioevale, una scacchiera di vuoti e non di pieni, in bilico tra liturgia (lei) e crooning (lui), forze che gli ultimi lavori hanno sbilanciato sul posizionamento e la confezione. Ci sono altre coppie artistiche, vedi Hawk And A Hawksaw, che da tre lustri a questa parte ibridano musiche dell’Est e orientali in modo più verace e tecnicamente più avvincente, giocando con ritmi, scale, timbri e gusto per un’avventura che da pellegrinaggio culturale diventa esistenziale tout court. Se è anche solo un poco di quest’approccio che state sperando di trovare in questi “dionisiaci” 36 minuti, state alla larga da questo disco. La musica proposta dai DCD nel 2018, lo accennavamo più su, è una asciutta world/new age secondo la premiata ditta, e non stiamo pensando a Mike Oldfield (niente chitarre, a proposito, in quest’ultima prova) ma a una pillola esotica e fashionable che potrebbe accompagnare sigle televisive late night come, ad un certo punto dei 90s, si prestò quel pezzo di Grace Jones (a proposito, curiosa Dance Of The Bacchantes, che con i suoi corretti – “olà” – e le ritmiche quasi dancehall ricorda di squincio M.I.A.).
Detto questo, come già scrivemmo per Anastasis, non stiamo parlando di un prova insufficiente. La loro proposta oggi – in definitiva: un continuo remix di Into The Labyrinth che non riesce a replicarne il nerbo – risulta ancora magnifica, soprattutto a livello di portabilità del suono, di missato ed equilibrio tra gli elementi in gioco, un suono elegantissimo che si continua ad ascoltare divinamente tanto nello stereo di casa che nello smartphone. Non basterà per accontentare orecchie attente ed esigenti ma potrebbe essere una porta d’ingresso per chi è ancora a secco della discografia DCD che conta.
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