Recensioni

6.8

La sensazione finale ascoltando il secondo full-length dei Deafheaven è la stessa di quella iniziale, ovvero: i Deafheaven tentano la via del metal-hipster, il che concretamente significa ben poco ma aiuta a capire in che territorio cerca di muoversi questa band californiana. Il senso del loro essere sta nel gioco delle contrapposizioni, della serie: siamo duri ma vogliamo emozionare, suoniamo metal ma facciamo l’artwork rosa, non ci mettiamo il chiodo ma dei bei maglioncini magari anche colorati, e così via.

La traduzione in musica di questa cosa è ovviamente un gioco tra le linee, anzi fondamentalmente una linea: mischiare il cantato growl e certo drumming black metal con il vecchio post-rock 90’s sognante e struggente. Un gioco che riesce per la verità benino, allargando gli orizzonti come nel contrasto noise/acustico di Please Remember e presentandosi più estremo e variegato rispetto alla concorrenza (i Palms di Chino Moreno e Isis ad esempio), con una buona tenuta anche negli episodi da dieci/dodici minuti.

Ma la spinta dei Deafheaven si esaurisce qui. Qua e là c’è chi reputa Sunbather tra i migliori dischi dell’anno, si fa fatica a capirne i motivi: non c’è nessun discorso di ricerca ma solo l’ennesimo tentativo di far convivere mondi diversi e apparentemente distanti, ed è una questione forse più estetica che musicale perché alla fine il campo rimane post metal.

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