Recensioni

La tentazione è quella di mandarli a quel paese, i Death Grips. Per la loro tendenza all’eccesso in tempi in cui questo non significa più trasgressione (e il duo è senza dubbio impegnato in una crociata contro i tabù – se ne esistono – della società odierna), per quel suono che vorrebbe essere aggressione ma che di questa non ha l’effetto-sorpresa e forse nemmeno la capacità di rinnovamento, per la loro naturale propensione ad essere polemici e cattivi. E, infine, anche per la promessa di sciogliersi che avevano fatto all’altezza di The Powers That B e che non è stata mantenuta. Ma, dall’altro lato, c’è della pervicacia donchisciottesca nel loro scagliarsi contro tutto e tutti, financo sé stessi, che li qualifica come coraggiosi. Perché la loro è quasi una scelta decisiva per non incagliarsi in troppe pippe mentali: andare contro, a testa bassa.
Il suono noise, l’elettronica che spezzetta il ritmo, il rapping grossolano da fomento, il trash esibito come medaglia d’onore: tutti elementi già ascoltati, nei precedenti dischi dei Death Grips. Tutta roba che forse gente come i Dälek fa meglio e in maniera più chirurgica e precisa, e con meno stampa favorevole a supporto. Eppure c’è qualcosa, in mezzo a tutto questo rave andato male, che risulta ancora affascinante: pensatelo come un sound system di yuppie, in cui l’eroina sostituisce la coca ma dove viene conservato un certo attaccamento alla vita. Un altro elemento che pare salvare i Death Grips è il loro miscelare in un’unica musica cose tutt’altro che piacevoli con un quantitativo considerevole, digitale principalmente, di sensualità. Moltissimo, in loro, è un misto di veleno e sudore post-orgasmico. Basti ascoltare 80808, dove beat caldi diventano poi scheletrici, grime e drum’n’bass, contrappuntati poi da chitarre, sirene e rumori assortiti: il suono di MC Ride e Zach Hill magari avrà perso rilevanza ma non potenza, anzi è maggiormente a fuoco, per quanto possa esserlo un simile caos organizzato.
Caos in cui è visibile in tralice la matrice crossover 90s (i Beastie Boys in apnea alle voci di Spikes, i Run-DMC che fanno capolino di Warping) che cercava di far comunicare rap e rock, ma con un maggior slancio in termini di aggressività e autoreferenzialità: e infatti i brani riescono ancora una volta nel piccolo prodigio di avanzare non linearmente, portando questa commistione a non toccare mai una delle derive invecchiate peggio di quegli anni – il nu-metal – e conservando un andamento da panzer. Dall’hardcore hip hop dell’opening Giving Bad People Good Ideas fino alla chiusa noise del pezzo che chiude l’album e lo intitola, toccando piccoli inni come BB Poison, è una cavalcata cattiva, in cui non c’è spazio per l’eleganza ma in cui è presente una cura del dettaglio particolarmente accentuata. D’altronde, anche le catastrofi soniche possono spesso essere messe in piedi col cesello, più che con le bombe.
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