• nov
    01
    2008

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Kill Rock Stars

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Consolidata la formazione a tre dopo la partenza definitiva di Chris Cohen (che ha scelto di dedicarsi a tempo pieno ai suoi Curtains) e un tour mondiale che ha ricondotto la band nella direzione di arrangiamenti più essenziali e di un’attitudine (nuovamente) più garage, i Deerhoof tornano a quella leggerezza a metà tra il punk e la filastrocca per bambini che li aveva caratterizzati e fatti apprezzare ai tempi di Apple ‘O. Abbandonati i massicci interventi elettronici delle ultime produzioni e arruolato un secondo chitarrista (Ed Rodriguez), la band di Satomi Matsuzaki, Greg Saunier e John Dietrich fa qualche passo indietro nella scelta del sound, provando a conservare ciò che di buono avevano apportato i recenti esperimenti. Questa scelta, tradotta in termini musicali, diventa: arrangiamenti più “leggeri” ma anche interesse per forme complesse, grezza attitudine garage, ma anche idee melodiche raffinate. Non un ritorno al passato, dunque, ma un recupero di esso alla luce della tanto criticata esperienza di Friend Opportunity.

I Deerhoof dimostrano, con questo nuovo capitolo della loro ormai decennale carriera, che chi ha idee solide e coerenti alle spalle può permettersi anche divagazioni “scandalose” verso le sirene tentatrici del pop, senza la paura di entrare nel tunnel senza uscita della “musica commerciale”. Offend Maggie non ha bisogno di essere confrontato con la discografia della band di San Francisco, tanto brilla di luce propria. Quattordici brani targati inconfondibilmente Deerhoof ma che vanno anche al di là, verso territori ancora inesplorati, come quelli del funky (Snoopy Waves) o del folk-prog di Don’t Get Born (che a me personalmente ricorda i duetti acustici Gabriel-Collins durante il periodo d’oro dei Genesis) e Family Of Others. Ma il culmine, il punto di incontro tra l’”azione diretta” del garage, le sofisticatezze formali del progressive, l’interesse per la melodia e le atmosfere psichedeliche, si raggiunge in brani come Eaguru Guru e Jagged Fruit, costruite su repentini cambiamenti stilistici che si avvicendano quasi come in una sorta di mini suite.

Se queste sono le punte dell’iceberg, il resto dell’album conserva in pieno la personalità musicale di Matsuzaki e compagni, pescando a piene mani nel passato della band, con particolare riguardo verso il già citato Apple ‘O e il successivo Milk Man (che questo periodo cominci a caratterizzarsi come “età dell’oro” dei Deerhoof?). Lo si nota nel rock sornione cantato anglo-giapponese di The Tears And Music Of Love, nelle scenette ai limiti del teatrale di Basketball Gets Your Groove Back (diretta discendente di quella Panda Panda Panda che a distanza di anni rimane uno dei momenti più esilaranti -oltreché interessanti, dei concerti) o nella saltellante Chandelier Searchlight, il cui ritornello “lallato” si appiccica addosso con una facilità disarmante. I Deerhoof, signori, sono questi. Lo sono sempre stati, ma lo sono anche diventati. Perdendo pezzi, osando senza scrupoli, sdrammatizzando senza banalizzare, rimanendo radicali pur cercando l’equilibrio. E, soprattutto, divertendosi.

1 Novembre 2008
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