• Set
    01
    2010

Album

4AD

Add to Flipboard Magazine.

Se la nostalgia di un passato più o meno remoto è una delle chiavi di lettura decisive per la musica di questi anni zero, bisogna però distinguere tra chi si limita a un citazionismo elegante e raffinato seguendo solamente la moda che permette di avere più visibilità (via Pitchfork e altri canali di comunicazione), e chi, invece, plasma la materia della tradizione a proprio piacimento perché l'ha oramai fatta propria e sente che a quella tradizione potrebbe un giorno aspirare ad appartenere. Alla seconda categoria appartengono sicuramente Bradford Cox e i suoi Deerhunter, che ritornano con quello che si rivela il  loro disco più coeso e organico, lasciando da parte le parziali indecisioni di Cryptograms e il rischio della ripetizione insito in Microcastle. Oggi il “cacciatore di cervi” sembra aver trovato un equilibrio sonoro che ha portato a un popgaze più fruibile che mai, sempre però dipinto su di una tela sonora oscura e atmosferica, che per certi versi deve qualcosa anche all'ambient.

Oltre alla bontà delle composizioni, spicca un lavoro davvero certosino sul suono delle chitarre che spesso sono sufficienti per dare un'ambientazione precisa a tutto il pezzo. È il caso, per esempio, della citazione byrdsiana di Memory Boy o dell'eco R.E.M. di Revival. Desire Lines si apre come un pezzo degli Arcade Fire, i Deerhunter possono essere accostati per la capacità di entrambe le band di tracciare una proprio strada che unisca il porticciolo protetto dell'indie con il gusto delle masse. Altrove, invece, si deve faticare un po' di più per entrare nel bosco musicale dei Deerhunter, come nella stratificata Helicopter che si chiude con un falsetto fragile e intenso di cui non si pensava fosse nelle corde di Cox, o nella cerebrale Earthquake, che posta a inizio scaletta sembra quasi un manifesto: ritmo blando, scandito da percussioni parsimoniose, ma secche come colpi di frusta e chitarre ipnotiche. Due dei pezzi migliori del lotto sono posti, invece, in chiusura: Coronado, uno stomp quasi solare sottolineato da un sax molto black, e He Would Have Loughed, che ricorda le sonorità del progetto solista di Cox (Atlas Sound), salvo trasformarsi progressivamente in qualcosa di completamente diverso, quando il ritmo rallenta e ci si sposta in paesaggi dream.

Un disco apparentemente semplice per l'immediatezza che contraddistingue la maggior parte degli episodi, ma in realtà ricavato da una stratificazione di idee e suoni che lo fa crescere ad ogni ascolto. La dimostrazione che semplice e semplicistico non sono sinonimi.

21 Settembre 2010
Leggi tutto
Precedente
James Blackshaw – All Is Falling James Blackshaw – All Is Falling
Successivo
Three Mile Pilot – The Inevitable Past Is The Future Forgotten Three Mile Pilot – The Inevitable Past Is The Future Forgotten

album

artista

Altre notizie suggerite