• Mag
    07
    2013

Album

4AD

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Se qualcuno non l’avesse ancora capito, ci pensa lo stesso Bradford Cox a fugare ogni dubbio fin dal titolo del quinto album dei suoi Deerhunter: per lui la musica è una vera e propria ossessione monomaniacale. Che sia il frutto di una collaborazione con altri musicisti o lo sbuzzo personalistico, pare che il ragazzo della Georgia non sappia proprio fare altro: comporre, suonare, comporre, suonare, in un loop continuo che  fa il paio con la circolarità psichedelica che infonde nelle proprie composizioni. Sempre con risultati sopra la media, anche quando la bulimia gli fa pubblicare, accanto a Halcyon Digest, i quattro volumi di Bedroom Databank con materiali casalinghi. Il tutto mentre preparava Parallax, il terzo episodio del progetto Atlas Sound, uscito nel 2011.

Rispetto ad allora i Deerhunter hanno aggiunto una chitarra (Frankie Broyles, ex Balkans) e mutato parzialmente anche la sezione ritmica basso/batteria (ora Josh Mckay/Moses Archuleta). Di conseguenza, pur rimanendo fedeli alla nuggetsdelia che ne caratterizza da sempre la proposta sonora, anche la musica cambia, con intrecci e stratificazioni chitarristiche più complesse, in un pantano acidato e ribollente da cui sembrano uscire tutti questi 12 brani. L’attitudine, come certifica il titolo dell’ultima traccia (Punk (La Vie Anterieure), che di punk ha solo un profumo irrancidito), è punk come ai tempi dell’esordio Turn It Up Faggott. Il fatto è che sotto la navicella Deerhunter, da quell’esordio sono passate le acque di otto anni abbondanti, in cui l’immaginario sonoro di Bradford Cox (cui dal 2007 va aggiunto anche quello di Lockett James Pundt IV) è diventato un punto di riferimento della scena indie internazionale e le capacità tecniche per la manipolazione sonora sono cresciute al punto da essere del tutto adeguate alle idee.

La già nota titletrack dice tutto dell’autoconsumarsi nella musica che sembra essere il concetto attorno a cui sembra girare tutto l’album (forse anche la vita di Cox?) in una voce messa in candeggina che si appoggia su chitarre abrasive, sempre sul punto di affogarvi, ma senza mai cascarci. Dal brodo primordiale Slowdive/Ride/primi R.E.M./Byrds/Ramones/nuggets si pescano i viaggi allucinati a gran velocità (Sleepwalking), l’americanissimo boogie di Pensacola, le concessioni di graffiante dolcezza di Blue Agent. Il gioco a tre chitarre permette ricami da bossanova in candeggina rumorista (T.H.M.) e, in generale, aumenta la definizione di un sound che aveva nella certosina ricerca di un suono personale già la cifra portante tre anni fa. Accanto a questo, però, si rafforza anche una serie di manipolazioni sottili, non smaccate, che conferiscono al sound complessivo un’impronta che vedremo tentare di riprodurre ancora per alcuni anni.

In un mondo in cui il sintetico digitale sembra spesso avere il sopravvento creativo sulle sei corde, Bradford Cox e i suoi Deerhunter hanno saputo creare un suono ibrido, figlio tanto della migliore stagione del rock acido e psichedelico quanto della capacità di manipolare e rimanipolare ogni dettaglio; un suono che non esaurisce la propria spinta nel guardare al passato ma riesce a essere contemporaneamente di oggi e di domani. E qui tutto questo è reso al meglio e con la massima maturità.

 

22 Aprile 2013
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