Recensioni

Chi ha ricondotto l’immagine di copertina al suo autore, è perché probabilmente era ai recenti (e meno recenti) live show del duo, Sonar 2018 e Dancity 2017 per fare due esempi, dove era presente anche il sottoscritto. Parliamo di Michael England, che è anche colui che ha curato i visual – tra documentario, live performance, video-danza…e selfie – che scorrevano sullo schermo mentre Miles Whittaker e Sean Canty erano chini sui macchinari. England è la porta d’ingresso anche per quest’ultimo paradigma esplorativo della coppia, in precario equilibrio tra decostruzioni jungle e UKG appena sopra la linea di galleggiamento della darkwave, tra scorie industrial e posture post-punk, sintonizzazioni sci-fi e voragini noise. I suoi video formano un serrato serbatoio visivo – ruvido, incoerente e randomico – all’esercizio sonico della coppia, un tuffo carpiato tra i brandelli di qualche vecchia discoteca in cui un tempo si consumò il rituale dei free parties mischiati a coloratissime immagini dal mondo, a uno scuro anello di pattinatori inghiottiti in qualche gorgo novecentesco ecc., tutto senza un perché, catturato al ralenti o mandato scientificamente avanti e indietro all’infinito con i tasti del videoregistratore o con la rotella del mouse.
Nella copertina del disco la corpulenta modella transessuale è hyperreal al punto da diventare un calco, un simulacro di quella Passion di cui si fa carico il titolo di un disco che raccoglie il materiale accumulato dal duo dalla produzione di Wonderland ad oggi. Ed è roba sempre in continuità con i loro Testpressing eppure, se vogliamo, più scura, plastica e sospesa rispetto a quella di quel disco. È anche materia che ha assorbito qualcosa dalla compagine HD (lo sci-fi più splatter, la trance puntiforme di Senni, i synth breakkati, glitchati, da segnale disturbato, ecc.) e non lo nasconde. Whittaker e Canty, che di recente hanno avuto l’onore di reinterpretare i cataloghi sia del Groupe de Recherches Musicales (GRM) che del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, qui rivedono ancora una volta parti del continuum hardcore, ma lo fanno come se Special Request musicasse un racconto di H.P. Lovecraft. E ok, lo fanno anche meglio di quello che potrebbe far lui, che è uno bravo ma non possiede ancora la loro visione assieme eclettica e sincretica, e soprattutto quella sfrontatezza (post)punk tutta mancuniana. C’è poco da girarci attorno: se c’è una coppia di musicisti che può competere sulla media distanza con il percorso degli Autechre, quella risponde al nome dei Demdike Stare. E se il parallelo dev’essere questo, Passion potrebbe essere, in quanto a piombo e lamiere grattugiate dentro ai beat, il loro Tri Repetae. Sostituite la sottrazione techno con quella riservata ai breakbeat, metteteci qualcosa dell’estetica power ambient, e ci siamo (quasi), se non fosse che il grande assente in queste tracce è l’ambience meditabonda e melodica di allora. Prendete Spitting Brass: la scusa del recupero “di trama” è data da un arcigno basso preso di peso dai bei giorni della darkside, poi ripreso dal dubstep. Parafrasando un vecchio pezzo rave, «Brian Eno is Dead», che è una scusa per dirvi della crudezza dei tempi in cui viviamo, che si risolve qui in una lancinante moviola del collasso (At It Again), dell’horror vacui carpenteriano mandato in repeat (la citata Spitting Brass), della cara vecchia Manchester post-punk (Caps Have Gone) o della 4/4 per il caro Mr. Quaid, da lavori forzati su Marte insomma (Know Where To Start). Con altri parallassi annessi e connessi in cui la forza propulsiva e l’anelito di un (techno) futuro che rappresentava la filigrana degli schermi catodici degli idmmers dei 90s è stato resettato da cinetiche a zero work e pure zero humans (la ripresa del Raster Noton sound di Pile Up ripassata nei fluidi cartilaginosi della compagine HD).
Se ci sono delle voci umanoidi, quelle le trovate in un pezzo che ha un titolo che è tutto un programma (di distruzione di massa però), ovvero You People Are Fucked, 2 minuti e 45 secondi di daftpunkismo ribaltato sul lato pessimistico-cosmico della faccenda…con tanti saluti a Nile Rodgers. Lo avrete capito, parliamo di musica che è proprio agli antipodi della disco intesa come espressione liberatoria di sé, della libido, del desiderio sessuale. Se questa è Passion lo è al massimo nei termini di una pornografia per Androidi che è materia che noi umani (o pseudo tali) facciamo rientrare nei piaceri dell’anti-climax, nei ranghi di un discorso sul futuro sottratto prima da internet e poi dal climate change che sta rinverdendo gli incubi peggiori della migliore letteratura fanta-horror degli ultimi 60 anni abbondanti.
Ridimensionando il discorso alla musica: rubacchiando una definizione presa da Boomkat, questa è anche shortwave jungle, della jungle captata da qualche segnale radio ad onde corte. Certo, nulla di quanto vi abbiamo detto è radicalmente nuovo né concettualmente, né esteticamente, né a livello di metodo, eppure avercene di dischi fatti con questa padronanza, questo intuito e, più di tutto, questa classe.
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