• dic
    02
    2016

Album

Modern Love

Add to Flipboard Magazine.

All’altezza di Elemental i mancuniani Miles Whittaker e Sean Canty, in arte Demdike Stare, si erano meritatamente guadagnati uno status di culto di tutto rispetto (e in progressiva espansione) all’insegna di quella che in sintesi era una dark ambient personale e ben caratterizzata, delle molteplici ed affascinanti implicazioni. Maestro nel plasmare trascendenza e inquietudine in scenari tanto da dopobomba quanto abitati da oscure semiotiche esoteriche, il duo aveva trovato il modo di assoggettare una molteplicità di influenze (dub, techno, musica concreta, hip hop, industrial, etnica, dubstep) ad una precisa visione che se da una parte viaggiava anche lungo i confini della riscoperta di certe horror soundtrack e library music d’antan (anche nostrane, vedi la loro recente revisione delle partiture del Gruppo Improvvisazione Nuova Consonanza), dall’altra lavorava chirurgicamente d’osmosi elettroniche, assorbendo oscurità dubstep ed incubi darkcore fino a far proprie catartiche convergenze dub e techno, assoggettandole ad un percorso tanto ascrivibile a Basic Channel quanto al primo Kevin Martin/The Bug.

Un paio di anni più tardi, a partire dalla serie Testpressing in white label, e magari in seguito all’influenza esercitata dal lavoro di Millie & Andrea in cui era coinvolto il solo Whittaker assieme a Andy Stott (Drop The Vowels), il duo ritorna sulla lunga distanza a parti invertite e proprio dai ritmi imbastisce un nuovo metodo e approccio compositivo che con questo Wonderland può, a buon diritto, considerarsi maturato ed anche emancipato dalle precedenti sperimentazioni, sotto album e white label. Del resto, se i due iniziano ad orbitare attorno al concetto di deconstructed club music promulgato in tempi non sospetti dall’etichetta Night Slugs (vedi Egyptrixx per far un nome) e sviluppatosi poi in ogni dove fino anche al giro Janus di Berlino (vedi Amnesia Scanner), lo fanno, al solito, alle loro precise condizioni, piegando cioè ogni lemma del loro sound ad una precisa, ed anche molto mancuniana, visione d’insieme.

Tra vita nelle fabbriche e rastafarianesimo, alienazione e liberazione, rave e continuum elettronici britannici, Whittaker e Canty se ne escono con una tracklist che elabora passioni di lungo corso per jungle e dancehall su un piano di neutralità fatto di dense spigolosità che non risultano né banalmente riconducibili alle oscurità del passato, né ad una nuova e colorata tavolozza dance. Non è un caso che la coppia abbia prodotto, sulla propria label DDS, l’album dei producer giamaicani Equiknoxx Bird Sound Power, perché è proprio dalla parte digitale e futuristica della dancehall che molti dei climax del disco prendono forma per poi venir – mani su leve e bottoni – irrimediabilmente “corrotti” in chiave noise-industrial (Airborne Latency) come, all’opposto, dirottati su frangenti ascetico minimalisti (il finale di Hardnoise) e altro ancora. Ed è su questo piano di frizione, suonato mediante hardware uno di fronte o accanto all’altro, tra breakbeat decostruiti e inumana – come trascendentale – effettistica elettronica (onde quadre, loop strettissimi – vedi Overstaying – e voci compressissime – Sourcer), che si gioca il cuore sonico e pulsante di una scaletta piuttosto imprevedibile che guarda anche ad una Giamaica reimmaginata, compressa in qualche distopico incubo cyber-tribale (emblematica una FullEdge (eMpTy-40 Mix) che contiene un campione di Now Thing di Sly & Lenky proveniente dall’omonima compilation di dancehall instrumentals – grazie Pitchfork per la dritta) o inghiottita in un mondo virtualizzato (Blue dalle parti degli Autechre).

Disco tanto spesso e denso nella composizione delle singole tracce, quanto esplorativo, dalle molteplici vie di fuga e, in definitiva, vario nel suo complesso, questo Wonderland, che proprio come suggerisce il titolo è una continua sorpresa anche dopo ascolti ripetuti sia lato ritmi e groove, sia nelle sue parti più avventurose.

6 dicembre 2016
Leggi tutto
Precedente
Sad13 – Slugger Sad13 – Slugger
Successivo
Marie Davidson – Adieu Au Dancefloor Marie Davidson – Adieu Au Dancefloor

album

recensione

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite