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«The fact that Arrival seems like a balm on people’s souls means a lot. But it also means the world is really not in a good place». Scegliendo accuratamente le sue parole, Denis Villeneuve commenta l’inaspettata ondata di sorpresa che ha accolto il suo ultimo film, primo tentativo con il genere fantascientifico da tempo agognato come un sogno nel cassetto. Non è un caso, infatti, che sia proprio Arrival l’esordio nel genere del regista canadese pazzo d’amore per Philip K. Dick, Frank Herbert, Steven Spielberg e Stanley Kubrick. Dagli esordi nel cinema d’autore (Un 32 août sur terre, Maelström), alle virate tecnicamente più drammatiche (Polytechnicque, La donna che canta), fino ad approdare al thriller/noir psicologico e politico (Prisoners, Enemy, Sicario), Villeneuve ha sempre tessuto un cinema profondamente umano, che desse maggior risalto alle pieghe dell’animo più che al carattere cerebrale delle sue trame (particolarità quest’ultima che spesso è stata usata contro di lui). «I was dreaming to do sci-fi for a very long time. I was a sci-fi addict when I was a kid and a teenager. Novels, graphic novels, movies, it was my way to deal with reality».

Più avvezzo a certe sfumature dell’umano, dote che gli ha permesso di emanciparsi dal punto di vista sia tematico che visivo nel corso della sua filmografia, il regista di Trois-Rivières con la sua ultima fatica scomoda uno dei topoi più sfruttati dal genere fantascientifico – l’invasione aliena – per continuare ad approfondire la sua visione del mondo, il suo concetto di umanità, il suo significato nascosto. Nessun fuoco d’artificio, nessun pedissequo affastellamento di cliché, né viaggi interstellari (!); nessun discorso enfatizzante o accondiscendente; al contrario, si nota una volta di più la sicurezza nell’uso minimalista della parola e del linguaggio, pur essendo un film dove questi sono sia centrali, sia parti strutturali di un discorso reso ampio dalla fiduciosa sensibilità dello spettatore. A dispetto del più immediato Arrival, il titolo originale del progetto (coincidente con quello della fonte letteraria) era Story of Your Life, più ambiguo ma che ben riassume le finalità ultime del suo autore. In breve: Louise (una splendida Amy Adams, capace di convogliare su di sé l’attenzione dello spettatore e restituire uno spettro ampissimo di emozioni, a conferma di un’annata straordinaria dopo la prova di Animali notturni), un’esperta di linguistica, viene convocata dai servizi segreti e dall’esercito per risolvere un problema di comunicazione tra l’umanità e la specie che ha invaso la Terra, gli ettapodi. Dovrà imparare a capire il loro linguaggio, molto più complesso e tutt’altro che bidimensionale.

È molto semplice combattere ciò che non si conosce, più complicato è invece provare a comprendere. Il confronto con gli extraterrestri diventa dunque un banco di prova per quello più interno tra esseri umani, che fallisce miseramente dietro una cortina di paura e incomprensione. Villeneuve, utilizzando la forma del blockbuster, lancia il suo messaggio di speranza per un’umanità che abbandoni la concezione di “somma di popoli” e impari a ragionare come “specie”. Tornando alla proposizione iniziale, il regista non può fare altro che prendere atto della realtà in cui vive e cercare di porvi un rimedio attraverso l’arte. La regia, sicura, assembla splendidamente un apparato tecnico volto ad aumentare il senso di smarrimento di chi guarda: dalla grigia fotografia di Bradford Young, che regala momenti meravigliosi, all’ansioso tappeto sonoro di Jóhann Jóhannsson (gli effetti sonori, invece, sono un omaggio ai tripodi spielberghiani de La guerra dei mondi), al montaggio preciso di Joe Walker.

L’idea di fantascienza, poi, non può non ricordare quella di 2001: odissea nello spazio – con l’astronave ovale che col procedere dei minuti diventa sempre più il personale monolite della protagonista, pronto a sommergerla di dubbi – o il lauto ottimismo di Incontri ravvicinati del terzo tipo (ma i riferimenti potrebbero spingerci a richiamare un certo tipo di cinema caro a Terrence Malick), così come le paranoie linguistiche di un Philip K. Dick pervaso dall’abbagliante raggio di luce rosa, portatore di un sistema di informazioni da decifrare (Trilogia di Valis). Più che in Prisoners ed Enemy, dove l’indagine umana falliva miseramente sotto il peso della paura alimentata dalla perdita (di una figlia, della propria identità), il pessimismo del cinema di Villeneuve sembrava aver raggiunto un punto di non ritorno nella parabola cinica e meschina dell’agente Kate Macer in Sicario. Arrival funge quindi da nuovo inizio, una nuova speranza (prendendo in prestito da un’altra galassia lontana) che in questo delicato periodo storico sembra compromessa irrimediabilmente. Non poteva esserci biglietto da visita migliore per il suo ingresso nel genere, aspettando al varco il suo approccio diretto alla prosa dickiana e il confronto (amichevole) con le visioni scottiane: Blade Runner 2049.

19 gennaio 2017
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