• Ago
    27
    2013

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Paw tracks

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Dal fatidico incontro con gli Animal Collective, il nerd del Mississipi, Dent May, non è più lo stesso. Le sue avventure precedenti, quelle licenziate con i più svariati moniker e generi, dal power pop dei Rockwells alla dance dei Dent Sweat, al country dei Cowboy Moloney’s Electric City, sembravano giunte a una svolta, quando, con The Good Feeling Music Of Dent May & His Magnificent Ukulele, aveva trovato nel nume di Brian Wilson e nel virtuosismo dello strumento a quattro corde una propria dimensione. Ma, quando uno è un personaggio (e questo certo non glielo si può negare), lo è fino in fondo e ad attenderlo c’era un pugno di svolte, di cui l’ultima (quella funky-tropical-wedding dance) è racchiusa nel suo terzo lavoro Warm Blanket.

Stando al titolo, ci saremmo aspettati una manciata di canzoni riflessive, degno sottofondo di un inverno da passare al caminetto con un buon libro, sotto una calda coperta. Eppure, l’eredità che Dent si porta dietro, l’ha spinto a non cedere alle sirene della malinconia e farsi guidare, piuttosto, dritto tra le braccia del suo mentore Wilson. Così facendo, Warm Blanket si differenzia dai precedenti solo per il livello degli arrangiamenti e delle melodie, che qui toccano vette di altissima orecchiabilità. Si va dalle aperture sixties in stile Motown (Born Too Late, Corner Piece) al surf-pop alla Beach Boys (Yazoo, It Takes A Long Time), lasciando persino spazio alla sperimentazione vagamente catchy (Do I Cross Your Mind?) e al country (Summer Is Gone).

Arrivato ad una massima consapevolezza dei propri mezzi di arrangiatore, è probabile che Dent debba ancora mettere a punto la vena testuale del songwriting. Numerosi sono i richiami ad epoche non vissute, alla difficoltà di accettarsi come parte di questo tempo (“Credo che in futuro mi sentirò meglio di quanto mi sento ora” in Ready To Be Old) o inni al disfattismo contemporaneo, filtrato in chiave sentimentale in Born Too Late (“Sono nato troppo tardi per dirti che ti amo, piccola”). E, allargando il discorso, è la stessa profondità poetica, in fin dei conti, a risentirne, venendo a creare un gap non indifferente con le armonie superbe.

Se si sia dato alla musica per matrimoni (come immaginava già in tempi non sospetti) o stia concependo una carriera polimorfa e solitaria (come Divine Comedy, per dirne una) o, ancora, si sia servito di questo radio-sound magicamente retromaniaco per prenderci tutti per i fondelli, non possiamo saperlo. Di certo, le melodie contenute in Warm Blanket difficilmente si schiodano dai padiglioni auricolari e, se proprio lo si vuole vedere come un disco superficiale, lo si faccia rilassandosi e preparandosi a staccare la spina per un po’.

18 Settembre 2013
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