• Feb
    28
    2020

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INRI, Artist First, Metatron

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Ho come la sensazione che nel nostro Paese si stia diffondendo un virus. Anzi, ne sono praticamente certo. Il sospetto ha iniziato a farsi largo con Cip! di Brunori, per poi irrobustirsi con l’omonimo (in senso anagrafico) album di Bugo: in entrambi i casi la sintomatologia si è manifestata col ricorso a strutture e melodie a pronta presa, di chiara impostazione radiofonica, un processo di semplificazione che ha coinvolto tutta la sfera semantica, dagli arrangiamenti puntuali e talora intriganti ma sostanzialmente privi di azzardi, ai testi appiattiti su esercizi di buonsenso introspettivo (mi dicono che negli ambienti accademici tale fenomeno venga ormai assiduamente indicato col termine “gramellinismo”) ancorché punteggiati da giochi di parole funzionali a certo sensazionalismo di stampo social (un tempo avrei detto: da diario delle medie). 

In attesa che gli epidemiologi facciano il loro lavoro, azzardo un’ipotesi: non di focolai si tratta, ma di una contagiosità diffusa, oserei dire atmosferica, causata dal diffondersi nell’ambiente di un elemento altamente volatile e apparentemente innocuo, le cui conseguenze a livello sinaptico nel lungo periodo sono in tutto e per tutto da valutare. Mi riferisco, ovviamente, all’itpop. La cui comparsa ha provocato una indubbia ridefinizione degli equilibri radiofonici e streaming, dimostrando con la ben nota disinvoltura quanto i gradini alti delle classifiche fossero a portata di mano di un pop cantato in italiano, prevedibilmente ingegnoso e variamente disimpegnato, caratterizzato da sparsi riferimenti a modelli impressi nell’immaginario quali Battisti, Gaetano, Tozzi e – vabbè – 883 tra gli altri. La sindrome sembra in grado di poter attecchire tra gli addetti ai lavori, ed è riassumibile nell’espressione: “se può farlo lui, e che io no?”. 

E qui entra in gioco Dente. Ovvero, il suo nuovo omonimo disco/sintomo. Riposta la chitarra, appesi nell’armadio gli abiti da cantautore sghembo col cuore in ambasce, da nipote riluttante di Tenco pronto a mescolare allegrie bossa e sberleffo terrigno, da De Gregori ringalluzzito dopo una sbornia Jens Lekman, insomma, lui, Giuseppe Peveri detto Dente, confeziona oggi undici canzoni che sposano in pieno la causa del pop radiofonico: arrangiamenti da easy listening plastificato, di quelli che si sporgono sulla soglia della ricercatezza così “tanto per” (come capitava di sentirne spesso nella cuspide tra Ottanta e Novanta), i ritornelli che spiovono implacabili e ariosi, ugge sentimentali/esistenziali mantecate nel buonsenso gramelliniano suddetto, qualche giocoleria verbale per insaporire, e via così.

Risultato: undici canzoni che fanno pensare a un Samuele Bersani che d’improvviso si è ricordato dove aveva messo tutti quei riempitivi e soprattutto il motivo per cui li aveva dimenticati. Pezzi banalotti insomma, non giriamoci intorno. Senza un briciolo di stranezza o avventura. Tutto telefonato, lenitivo, confortevole, quindi in possesso dei requisiti necessari per spedire al mondo un messaggio fin troppo scoperto: “è da un pezzo che sto qui a bordo campo, fatemi entrare”. E magari, chissà, Dente potrebbe davvero ritagliarsi il suo quarto d’ora. Magari ce lo ritroviamo sulla fascia a fluidificare, o metodista a meditare. Centravanti no, che non c’ha le phisique. Ma i numeri per fare qualche numero a livello di airplay non sembrano mancargli. Di certo ci ha provato con molta convinzione, e pazienza se quel taglio un tempo teneramente, gustosamente ombelicale è diventato egocentrismo peloso, tanto che a metà della prima canzone (Anche se non voglio, titolo che presta il fianco a battute di dubbio gusto, tutte ahimé plausibili) già vorresti esserne esentato. 

Inutile citare titoli, se non per rimarcarne la tenace, algoritmica mediocrità. Mi dicono però dalla regia che tocca farlo: mi limiterei pertanto a estrarre dal bussolotto Sarà la musica, una sciocchezzuola che al confronto Rosario Di Bella è Brian Eno, oppure Cose dell’altro mondo, ritagliata su una sanremesità anni Ottanta da fare impallidire Minghi, o ancora quella Non te lo dico dove Max Gazzé viene fatto annegare in un brodino Tommy Paradiso, o infine una L’ago della bussola che arriva a farti rimpiangere le serenate piacione di Jovanotti («l’unico difetto che hai / sono io»: ma per piacere). 

Sinceramente: si salva poco. Di quel poco, direi soprattutto La mia vita precedente, bella canzoncina capace di rievocare senza rimpiangere, il passo baldanzoso e la melodia che si snoda con gradevoli contorsioni, messa lì quasi a fine scaletta a spandere su tutto il lavoro un senso di “potrei ma lasciamo stare” che rende ancora più amareggiante l’amarezza. 

Ora: non è che mi manchi il Dente versione cantautore delicato e sghembo con un’arguzia pronta a bilanciare ogni tenerezza in chiaroscuro, né il nerd disincantato disposto al saltimbanco stilistico che bene ha fatto nelle ultime prove. No, dico sul serio: quando è il caso di cambiare, se giunge l’ora del something else, ben venga. Ha fatto bene Peveri a rimettersi in gioco, a farsi – perché  no? – ingolosire. Gli auguro cordialmente di risultare competitivo, in mancanza di tutto il resto che auspicavo, ma che non è.

Più in generale, continuo a sperare nel vaccino. Ma gli esperti parlano di tempi lunghi. E di virus che, nel frattempo, mutano. Si adattano. Come del resto noi (forse).

29 Febbraio 2020
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