Recensioni

7.3

Dente è tornato. Lo abbiamo aspettato un po’ divisi nelle proiezioni di ciò che sarebbero state le dodici tracce di questo Io tra di noi: la svolta o, piuttosto, un album denso di brani spaventati dall’idea di cambiare quella che è stata la formula più apprezzata degli ultimi indie-anni italiani. La risposta arriva subito, coincisa, perché questo è anzitutto un disco di conferma, di consapevole affermazione di un modo di scrivere e comporre e al tempo stesso il lavoro di chi si guarda intorno, cesella, scegliendo di perdere lo sguardo in un passato che gli è caro per davvero.

Resta Lucio Battisti il faro che illumina la scrittura e Anima Latina lo snodo fondamentale. Se ne L’amore non è bello era La presunta santità di Irene a omaggiare, in apertura, lo storico disco del 1974, qua è Rette parallele a riportarci alle volontà arcadiche dell’“amor di borghesia” di cui scrivevano Mogol-Battisti: ultimo brano del disco e uno dei migliori, dove il non incontro si trasforma in un progressivo crescendo doloroso, in una festa (mesta?), in un caos danzereccio e tribale, animale e pure spaventoso quasi a dire Separazione naturale.

Il tema del fintoallegro permea l’intero disco contribuendo a rendere sempre più convincente questa forma di ostinazione romantica che affonda le proprie radici nel cantautorato che fu. Si va dal Dalla che sembra emergere dal profondo mare di un testo eccezionale come Casa tua (Allegria di naufragi ungarettiana sottopelle) al risuonare del miglior Venditti quando Bomba o non bomba si trasforma in una La settimana enigmatica, il cui testo ricco di rebus e giochi enigmistici, potrà piacere solo a chi ha capito che Irene è sempre, ancora, al centro.

Il passo in avanti è evidente: se prima i testi di Dente erano spaccati emotivi, rivoltati in finale di canzone a trasformarne l’intero significato, ora, accanto alla classicità italiana di un pezzo come il singolo Saldati, fanno il loro ingresso gli spaccati del quotidiano. E così conosciamo stanze milanesi, capelli biondi, occhi verdi; ascoltiamo di caselli, maglioni, bagni, strade di sassi, biciclette, sigarette fumate e sguardi tremanti. In ultima istanza, insomma, ci si appella alla forza del ricordo, concentrato per lo più in una Io sì che cita Tenco e risuona del Battisti di Questo inferno rosa, senza morali né rabbiain un crescendo di correlativi oggettivi sempre più volti all’onirico su un tappeto di suoni sottili e nascosti dietro il naif della sola chitarra. Se Giudizio universatile ricalca suoni da Triangolo di Renato Zero con una disco music che meglio non si potrebbe, Piccolo destino ridicolo è tutta il Bugo di qualche anno fa mentre il testo, tra lo sfinito e l’insoddisfatto, è il più arrabbiato di tutti.

In un panorama cantautorale italiano che si trova per forza di cose a dover attingere da un passato glorioso come quello dell’italia dei ’60/’70 (e pure qualche ’80, sì), Giuseppe Peveri si distingue sempre di più per quella naturale capacità di attraversare il passato in modo profondamente classico senza scivolare mai nel vortice del prevedibile. I suoi giochi di parole resistono perchè supportati da una sostanza compositiva che non si pone dilemmi di sorta relativamente a universi e mood. Lui che è dentro la “scena” più di chiunque altro ne è sostanzialmente fuori nell’essenza del proprio lavoro. Una conferma, insomma, del valore di chi, supportato da una valida produzione (Tommaso Colliva) e da musicisti di livello ormai unanimemente riconosciuto (ad esempio Enrico Gabrielli), desidera crescere nello spazio in cui si sente a proprio agio. Passo dopo passo, ci sta riuscendo benissimo.

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