• Lug
    27
    2018

Album

Loma Vista

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Natali a Miami e una già florida produzione alle spalle (questo è il suo quarto lavoro), Denzel Curry sembra aver trovato la quadra definitiva. TA13OO è un disco tripartito ma mai prolisso, un concept suddiviso in tre EP rappresentanti altrettanti gradienti di cupezza. Dal light al grey, finendo col dark. Lo scarto tra le tre sezioni non è sempre troppo netto, né per quanto riguarda le produzioni né per le tematiche affrontate nei testi, che spaziano sempre parecchio. 

Il disco comunque funziona alla perfezione, alternando singoli più tirati e momenti più riflessivi, contaminazioni tra le più disparate e cavalcate belle dritte. La title track raccoglie un retaggio tutto Southern fatto di Outkast disciolti in chitarre riverberate e soffuse morbidezze, mentre BLACK BALLOONS saltella tra hi-hat di stampo dance; in CASH MANIAC il flow galleggia tra synth pescati da un West Coast revival condotto col poster di Dre in cameretta. L’atmosfera più giocosa qui lascia peraltro spazio a strofe che definire poco ispirate è un eufemismo («Serving my fans all my dope, ‘cause they addicts / Haters mad ‘cause I’m on top like an attic» o «I’m never slipping, I’m forever pimpin’»), cadute che però paradossalmente non lasciano troppo amaro in bocca stante proprio l’aria più goliardica che tira. Le basi più scarnificate sono spesso le più gustose, vedi SUMO con il suo giro argentiano di sfondo e il basso martellante in primo piano, oppure gioielli minimal come il beat di THE BLACKEST BALLOON: tre note di synth, basso e rullante secchissimo. Ci sono poi trap bangers abbastanza canoniche come SUPER SYAN SUPERMAN, dove comunque il flow resta di un livello accessibile a pochi, o autorimandi come BLACK METAL TERRORIST, dove Curry si riallaccia al flow e ai suoni da SC rap di un suo stesso pezzo precedente come ULTIMATE. 

Si diceva della palette testuale tematicamente bella ampia: si passa dalle canoniche autoreferenzialità braggadocious a robe più intelligenti, come quando in SWITCH IT UP viene affrontato il disturbo bipolare (ciao Kanye), o con SIRENS arriva il pezzone politico più impegnato. I due pezzi più interessanti sono i due singoli CLOUT COBAIN e PERCS. Qui l’obiettivo è rompere le gambe a tutta la pletora di Souncloud rappers con i tattoo in faccia e la codeina in mano. Assenza di messaggio, speculazione sulla fragilità di ascoltatori non smaliziati, scarsezza tecnica, le accuse sono le solite ma portate avanti con una rabbiosa spocchia che è il perfetto contraltare alla più signorile e intelligente (ma non meno efficace) 1985 di J Cole. «Get it straight, I innovate, you ad-libs on a 808 / Don’t need a tattoo on my face cause Denzel is a different race» (PERCS).

C’è addirittura chi prova a venderlo come un interprete migliore di Kendrick, giustificando il gap tra i due in termini di sovraesposizione con la differenza di soldi a disposizione. Lo stesso Curry ha stuzzicato il paragone più volte. Non è vero, senza con questo togliere nulla alla bravura di un rapper capace di sciorinare freestyle come questo. Questo è il suo miglior disco, e un posto tra i migliori dell’anno se lo merita tutto.

4 Agosto 2018
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