Recensioni

“Questo disco suonerà come una via di mezzo tra Violator e Songs Of Faith And Devotion“. Premesse (e promesse) altisonanti, quelle di Martin Gore alla vigilia della pubblicazione di Delta Machine. Che scorrono un po’ via, se con giusto realismo consideriamo che da Ultra in poi i tre di Basildon giocano – meravigliosamente – il ruolo dei sopravvissuti (a se stessi, al loro mito, alla loro musica). Non un difetto né una colpa, piuttosto una questione fisiologica e persino biografica; per questo la loro maturità appare miracolosamente credibile, a fronte di una popolarità e di un culto dalle cifre sempre stratosferiche. Ciò detto, il tredicesimo capitolo dell’ultratrentennale saga di Gahan, Fletch e Gore riesce appunto a stare ancora un passo avanti rispetto la routine, riuscendo a focalizzare l’obiettivo in parte mancato dal predecessore di quattro anni fa, Sounds Of The Universe; non con i testi (tutto risaputo e a tratti ancor più involuto del solito: pazienza) né con la scrittura in sé (tuttavia di gran lunga più solida che in passato). Più che la sostanza qui è la forma a colpire, e l’obiettivo sembra allora ben centrato, se questa è davvero la puntata conclusiva di una trilogia con lo scultore del suono Ben Hillier iniziata nel 2005 con Playing The Angel. Trent’anni fa, ai tempi di monoliti come Some Great Reward o Black Celebration, con gente come Gareth Jones e Daniel Miller al timone, nessuno suonava come i Depeche Mode. Oggi si può ancora dire la stessa cosa. Non è poco.
Forma e sostanza, si diceva. Forse mai come in questo caso nella discografia dei Nostri, forma è sostanza. E così quelli che sostanzialmente sono esercizi di stile electro-blues (Delta Machine: nomen omen!) come Angel, che giova della buona prova di Dave coi Soulsavers dell’anno scorso, e Slow, cupa e seducente come solo sa Gore, trovano degnissima ragion d’essere in un sound che sa di pece e catrame, di retrò e moderno insieme, grazie al cielo senza annegare nel già sentito (che pure c’è, ovviamente: d’altro canto mixa Flood) ma offrendo nuovi titillamenti sonici anche alle orecchie più esigenti. È un trionfo di bassi, di synth vorticosi e solenni, a partire dall’iniziale e piuttosto programmatica Welcome To My World, che lì per lì la fai sorella di World In My Eyes – il succo lirico è quello – ma è tutt’altra cosa, anzitutto perché qui non si balla granché (a parte Soothe My Soul e lo stomp alla Velvet/Stooges di Soft Touch/Raw Nerve, per inciso una vera bomba). Come dicono nella citata Slow, ai ragazzi stavolta piace lento, al punto da scegliere come singolo apripista una ballata gospel alla Songs Of Faith… come Heaven; ma a fare la parte del leone ci sono le stupefacenti costruzioni atmosferiche di My Little Universe (tra Four Tet e minimalismi techno) e dell’esaltanteBroken, sorta di A Question Of Time / Behind The Wheel rallentata e adeguata all’età. Il tutto riuscendo ad intrattenere, senza vistosi cali di tensione e ispirazione, per quasi sessanta minuti.
E a questo punto non sapremmo più dirvi quale sia il segreto di un disco come Delta Machine, se non quello di provenire da persone che hanno sempre saputo trarre forza dai propri limiti e difetti. A ben vedere, non potevano che invecchiare bene, i Depeche Mode.
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