Recensioni

Non è facile scrivere una recensione del nuovo album targato Destroyer che non sembri la solita recensione di un nuovo disco targato Destroyer: detto di qualche sensibile aggiustamento delle coordinate sonore, il resto è più o meno quello che di Dan Bejar sappiamo, ovvero la capacità d’immergersi e slittare di lato, di far vibrare una presenza (la sua) assieme febbricitante e distaccata, il timbro stropicciato eppure tagliente, il talento per certe melodie carezzevoli che lasciano dietro di sé bave insidiose.
Rispetto al predecessore, l’ottimo Ken, in questo Have We Met le sonorità non mettono in mostra scarti significativi, giusto quel punto di morbidezza catchy da wave pop anni Ottanta un attimo prima di farsi ingoiare dall’inquietudine, che poi forse coincide con l’abbandono di chi ha smesso di credere alla possibilità che da una canzone si possa ottenere più che un coinvolgimento estemporaneo. Resta il fatto che il Bejar in modalità Destroyer, diversamente da quello attivo nei The New Pornographers, riesce a fare sembrare parole e musica come appena pescate da una vasca di azoto liquido: suonano come avvolte in una panatura bruciante ma differita, intrisa di freddezza scostante e fragile, che in ogni attimo appare sul punto di rendere esposto ciò che normalmente è dissimulato.
Dai tempi di Kaputt – a parere di chi scrive un capolavoro – la calligrafia si è fatta meno amniotica, più sbrigliata, compensata però da un intimismo esausto e febbricitante, come potrebbe un crooner disilluso su una nave da crociera in quarantena. I testi sono un flusso di sensazioni, opinioni, strane metafore e allusioni, attraversato da fotogrammi che s’imprimono sulla retina. Casomai avessero intenzione di convergere verso qualcosa, sarebbe un resoconto rapsodico sul tema – mi pare – della falsità come chiave fondante di comunicazione, espressione, vita emotiva e sentimento, tanto che la realtà – o una sua vaga, improvvisa consapevolezza – sembra affiorare solo in prossimità dei margini, dove tutto si fa più indistinto e fuori controllo (emblematica, in tal senso, Kinda Dark).
Tra i dieci pezzi in scaletta, t’imbatti in un elogio assai disincantato ed equivoco della serendipità come The Man in Black’s Blues, in quella Crimson Tide che potrebbe celare una contro-ode (“contro” perché nevrotizzata e derelitta) all’alcolismo (o a un’altra dipendenza chimica), nel siparietto buffo e celestiale – e a suo modo tragico – di The Television Music Supervisor, nelle nostalgie nebulose ma struggenti di Foolssong, nel disincanto brusco e funky di Cue Synthesizer (la chitarra solista che rimanda curiosamente – ma neanche troppo – a Mike Oldfield), soprattutto in quella It Just Doesn’t Happen che celebra il contrasto tra verve sintetica e languore cupo, un po’ come mettersi in cuffia Cohen a un party a base di Yazoo e Human League, e via discorrendo.
Per concludere, ancora un disco notevole per l’entità Destroyer, vale a dire godibile ma stratificato, problematico nel senso positivo del termine. E tutto ciò malgrado si avverta un vago retrogusto di pilota automatico che però, data la natura (il senso?) della proposta, non ci sta neanche male.
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