Recensioni

5

Roba nostra, sembrano dire i Devo nel 2010, riprendendo il discorso da dove l’avevano lasciato – e, c’è da dirlo, pure da dove l’avevano iniziato. Sono loro stessi a godere della devoluzione (lo abbiamo sempre saputo), di quella anti-meritocratica e alienata società dello spettacolo, siglata in calce dalla scelta del combo di optare per il marketing hard-core.

C’è da parlare di questo disco, non possiamo sottrarcene, e bisogna farlo subito, non perdere un secondo. Tempismo da agenda setting promozionale che lascia un probabile strascico, il meno peggio, se si vuol batter cassa, ma basato sulla puntualità dell’operazione, non di certo sulla memoria o sul medio-lungo termine. Vale a dire, ne parliamo ora e domani ce ne saremo dimenticati. Volatili e obsolescenti le canzoni di Mark Mothersbaugh e soci, come ce le aspettavamo e ancora di più. Subitanea l’impressione di risposta, l’ancheggiamento sincopato nei momenti migliori (Please Baby Please), veloce la cancellazione dal taccuino visuospaziale dei nostri cervelli di ascoltatori (specie in casi come Later Is Now o March On, caricature involontarie synth-pop). Pure l’orecchiabilità si slega dai pezzi, per andare a ricordarci i mille e non più mille revival – fatti da altri – del gruppo, ipercelebrato (e a ragione) nell’ultimo decennio.

Abbiamo forse centrato il punto. I Devo piombano con il primo disco da vent’anni a questa parte (l’ultimo, Smooth Noodle Maps, era datato 1990, non a caso primo anno del dopo Eighties), e lo fanno mettendo un punto e a capo con la lunga ripresa degli Ottanta, cui abbiamo assistito nell’ultimo decennio. Un full stop che evidenzia l’artificio, il pilota automatico, sempre in fondo divertente, ma ripulito e reso innocuo da mezzi produttivi consoni. Un discorso a parte, ancora una volta confezionato per montare il caso, quello dei produttori. Prima la band contattata da gente come Snoop Dogg o Fatboy Slim, poi la decisione, a un passo dall’uscita, di rilanciare con la boutade di un completo – pare – remissaggio. E, infine, l’elenco dei produttori, con Greg Kurstin, John Hill, Santigold, John King, Mark Nishita.

Detto in tre righe: prima c’era quell’eccezionale (e davvero influente, ricco, intelligente) astigmatismo tra oggetto del discorso (devolutivo) e soggetto dell’enunciazione. Ora gli occhiali (non si sa se inforcati da noi o loro) fanno in modo che le due cose coincidano. Una coincidenza?

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette