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Ci sono film che non si preoccupano affatto di sembrare banali, stantii o superati. Il loro unico obiettivo è trasmettere un messaggio inequivocabile, forte e sempiterno. Come quello della fiducia in se stessi, nelle proprie convinzioni: in questo squallido mondo, qualunque cosa accada, si avrà sempre la forza di affrontare l’ostacolo a testa alta, anche se l’orizzonte non prospetta altro che una sconfitta. Se una tale premessa vi ha ricordato certi stereotipi tipici degli anni Ottanta, non temete, siete nella direzione giusta. Eddie the Eagle è, infatti, così fieramente e dannatamente portatore di un’estetica e di uno stile narrativo figlio di quel decennio – caratterizzato da eccessi di ogni genere e che hanno contaminato con un abbraccio penetrante tutti i settori possibili – che non esiste una realtà o universo in cui non potrebbe regalare almeno un sorriso.

Nella Londra del 1987, il 22enne Eddie Edwards si prepara ad affrontare la sua prima Olimpiade invernale nella squadra britannica di sci, salvo poi essere escluso all’ultimo momento perché causa di imbarazzo presso la direzione sportiva di sua Maestà. Decide allora di dedicarsi, anima e corpo, al raggiungimento della qualificazione nel salto con gli sci, disciplina olimpica che la Gran Bretagna non cura da diversi decenni. Raggiunta la Germania per iniziare un allenamento fai-da-te, Eddie troverà in Bronson Peary, ex campione caduto in disgrazia per il suo carattere irrispettoso e la sua devozione all’alcool, un ideale mentore.

Lontano dall’edonismo reaganiano che caratterizzava gli Stati Uniti dell’epoca e allergico a quella retorica sportiva e umana che rifletteva la vera natura di prodotti come Rocky IV, la pellicola di Dexter Fletcher si propone invece come favola morale, finanche come racconto di formazione. Calati in un periodo infarcito di musica leggera ma eccitante (dai Thin Lizzy a Daryl Hall & John Oates, dai Van Halen ad Howard Jones), è impossibile non farsi trascinare dal ritmo di una narrazione che fa leva proprio sul tratto stilistico e, così facendo, stilizza se stessa e si distanzia dalla piatta canonicità del genere biografico, sebbene alcune regole ferree vengano mantenute (la progressione temporale dell’incipit e il condimento musicale nell’allenamento). Non vi è dubbio, poi, che uno dei punti di maggior forza della pellicola è la magnifica performance di Taron Egerton, capace di una trasformazione fisica impressionante per la sua età e di una versatilità nella recitazione in grado di farci dimenticare che sotto quegli spessi occhialoni c’è sempre quel ragazzino un po’ furfante visto in Kingsman: Secret Service. Le sue movenze e la sua dizione sul set hanno il compito di distrarci dall’aspetto più o meno filologico della vicenda, per mettervi al suo posto un racconto molto più cartoonesco (il ballo che Eddie esegue dopo il primo salto olimpico ricorda parecchio le movenze di Homer Simpson), perché anche (e soprattutto) le storie vere hanno dell’incredibile. Nonostante il breve minutaggio, poi, tutto il cast di contorno riesce a essere giustapposto e amalgamato, mentre i camei (tra cui quelli di Jim Broadbent e del sempre ottimo Christopher Walken) sono inseriti con uno scopo comune: scaldare il cuore dello spettatore.

Continuare a parlare di stereotipi in un film che ci riporta direttamente agli anni Ottanta (ed è pure in grado di farceli riassaggiare, anche se solo per cento minuti) sarebbe un po’ come girare a vuoto; basti dire che l’esperimento è riuscito e che a fine proiezione sul vostro volto non potrà non spuntare un sorriso sgargiante e contagioso. E se perfino l’allora presidente degli Stati Uniti d’America, Ronald Reagan, volle assistere a una gara di Eddie “the Eagle” – come fu soprannominato da uno speaker – interrompendo una riunione, chi siete voi per non fare altrettanto?

5 giugno 2016
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