• Ott
    22
    2013

Album

Diaframma Records

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Poche settimane prima di questo Preso nel vortice, milionesimo disco dei Diaframma di Fiumani ad appena un anno dal buon Niente di serio, è uscita la ristampa di Siberia, esordio nonché capolavoro dei Diaframma (quelli con Miro Sassolini). Ufficialmente se ne festeggiano i trent’anni, ma in effetti sarebbero ventinove e pure scarsi, ragion per cui segue polemica a mezzo stampa con Sassolini. E vabbè. Non entriamo nel merito. Noi ci limitiamo a ipotizzare che non si tratti di un caso, anzi semmai di una concomitanza illuminante. Perché dopo anni di cantautorato punk rock senza vaselina, seguendo soltanto la propria attitudine al cinismo dissociato, alla pulsione ormonale senza garbo, al pezzo cotto e mangiato, dei limiti tecnici come calligrafia di colpi al cuore, Fiumani sembra rendersi conto di avercela fatta, d’avere raggiunto cioè lo status di icona del rock alternativo italiano. E che, legittimamente, decida di passare all’incasso.

In questo disco Fiumani sembra fare il Fiumani come mai prima. Per la prima volta cioè si ha la sensazione che la baracca Diaframma potrebbe pure andarsene in pensione, che Fiumani potrebbe smetterla di nascondercisi. Il primo indizio arriva dal fatto che le migliori notizie giungano dal versante sonoro, più curato e ricercato rispetto ai suoi standard (ci voleva poco), cui contribuisce non poco il talentaccio al sax di Enrico Gabrielli. Mentre per quanto riguarda le canzoni, sembrano più che altro impegnate a definire la dimensione del “fiumanesimo”, un impasto di sdegnosa fierezza e contro-nostalgia sferzante, vedi il caso di Ho fondato un gruppo, Hell’s AngelIl suono che non c’è e soprattutto lo zombie dark-wave di Infelicità.

Ovviamente non mancano i proverbiali dissidi sentimentali pennellati con disincanto diluito di sordidezza (Claudia mi dice, L’uomo di sfiducia), capaci d’amblé di illanguidirsi in un tormento struggente e battagliero (Luglio 2010), ma il quadro nel suo complesso suona come un autoritratto d’artista abbastanza autoindulgente. Idea rafforzata dalla presenza-tributo da parte di ospiti quali Alex Spalk dei Pankow e Marcello Michelotti dei Neon, cui fa da ideale contrappeso Max Collini degli Offlaga, quasi a certificare il ruolo di ponte tra generazioni diversamente poprockettare.

Alla fine è comunque un album che – al netto di una raffazzonatissima Ottovolante, dedicata a Piero Pelù – mette in fila canzoni anche azzeccate, di cui alcune annoverabili tra le più immediate e potenzialmente radiofoniche del Fiumani solista. Però, ahimé, non s’avverte il senso di conflitto, la vena irriguardosa e la spigolosità drammatica dei tempi migliori.

30 Ottobre 2013
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