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Una voce melodica, dal timbro fanciullesco, posata su morbidi e seducenti tappeti elettronici. Dopo due interessanti album tra classica moderna, ballad al piano e punte di folktronica, la via seguita da Dominique Dillon de Byington nel suo terzo album è ancora di più quella tracciata dagli XX o dai Daughter con il loro incontro tra pop, elettronica e indie. Ed è una evoluzione sonora apprezzabile chiamata a premiare le capacità vocali della cantante, nata in Brasile ma residente a Berlino.

Il disco, incentrato sul tema dell’amore, si muove in umbratili ma mai tetre atmosfere, costruite su synth orchestrali (Stem & Leaf, Shades Fade) ed espansivi (Regular Movements) dove la voce della Nostra – meglio quando impostata in direzioni di calore soul che quando è trattata con il vocoder, come in Kind e The Present – sembra volerci cullare e confortare dopo una delusione amorosa. Ma, nonostante il carattere avvolgente e seducente delle sue corde vocali e un impegno interessante in fase di scrittura dei testi, a deludere è la mancanza di originalità nella produzione sonora e negli arrangiamenti, troppo ripetitivi e monotoni nel corso della tracklist, se si escludono Contact Us, dove si distingue il groove percussivo e un curioso e avvincente gioco di parole tra portoghese e inglese) e Kind 2. In quest’ultima il beat quasi trap e i synth taglienti offrono una tensione che fa da contraltare alla performance al microfono di Dominique la cui voce resta il motivo principale per ascoltare questo Kind.

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