Recensioni

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Guardare al personaggio Dino Fumaretto vuol dire prima di tutto guardare ad un’immagine speculare, che si scinde, si spersonalizza costantemente, e da anni, potremmo dire. Operazione commerciale, snobismo, voglia di apparire, una vena di sano provincialismo, scegliete voi, ma sicuramente è un atto di comunicazione anche se settata in negativo. Mettere in pratica la dissociazione, seppure per gioco come potrebbe essere per Dino Fumaretto (alias di Elia Billoni), è un atto specioso difficile da mettere in pratica. Bisogna dargliene atto.

Nei due album precedenti, come anche in questo EP, che farà da lancio ad un nuovo full length, il teatro è ricostruito in tutto e per tutto, tocca sopportarne i fatali risvolti: testi che sono soliloqui (anche se più sobri e meno deliranti rispetto a qualche anno fa), ripetitivi sia per ovvie ragioni metriche che per inclinazioni patologiche («Più ti rivedo e più mi manco»). Una tendenza al fatalismo sottolineata da un’ugola straniata e gotica vuole delineare bozzetti al riparo dal mondo, chiusi nelle proprie tane. Allo sdoppiamento, atto di finzione capace di rivelarsi a volte totale, Billoni prima o poi dovrà forse rinunciare, pena il ricovero coatto nelle migliori alcove psichiatriche. Però questo medium è noto in ambito letterario e Fumaretto nasce scrittore di racconti, non può essere solo un dettaglio a margine di una biografia. Un parallelo dunque tra musica e scrittura, nel suo modo di interagire nell’underground, non è poi così campato per aria.

L’approccio musicale sulle tastiere è meno da blues arido, più da pop sulfureo caro alle acrobazie del Battiato anni ’80 teso fra avant, barocco e psichedelia (Il male, Poca cosa). Nelle immagini sovente si incontra l’io al quadrato che s’aggira fra le strade di Mantova con un mantello nero e uno sguardo che, se incrociato, rende tutto di ghiaccio. Tale volto squadrato è ancora al centro del palco, diviso tra realtà e pura scena, incatenato come tutti quanti a una gerla di maschere e difficili vie d’uscita che la società, vista come collo di bottiglia, inevitabilmente impone.

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