Recensioni

7.5

Due modi diversi di declinare il rock al terzomondismo. Termine bruttissimo, ma il più semplice per rendere l’idea di tutte quelle musiche provenienti da (o tendenti a) paesi non-rock nell’accezione grossomodo anglosassone del termine. Ancor peggiore come definizione, ma ci siamo capiti. Dirtmusic e Imarhan, dunque, offrono una visione bidirezionale del rock applicato alle sonorità non-rock, i primi dirigendolo verso i confini occidentali tendenti a oriente, i secondi introiettando il rock e declinandolo secondo le proprie musiche tradizionali.

Dietro la prima sigla si celano un paio di vecchie conoscenze del rock “occidentale”, ovvero Hugo Race (Hugo Race, ça va sans dire) e Chris Eckman (Walkabouts, Chris & Carla), stavolta accompagnati dalle percussioni e dal saz, una sorta di liuto, di Murat Ertel, per un album che li colloca in zona Turchia, sempre alla ricerca dei luoghi di crisi sociale e politica come da tradizione della sigla. In Bu Bir Ruya le atmosfere si dilatano e si rarefanno e il blues di base si incupisce, si sfrangia tra le mille rifrazioni di una sorta di moschea blu del pentagramma, sfiorando o toccando lande anche apparentemente distanti tra loro ma in realtà coese e legate nel profondo.

Per dire, Love Is A Foreign Country, complice la voce ipnotica di Gaye Su Akyol, ha dalla sua quella sensualità astratta che fu di Natacha Atlas e dei Transglobal Underground così come a svolazzare su The Border Crossing (attuale come titolo, vero? Beh, ascoltatevi il testo) sono scivolamenti “dubbosi” al crinale tra Massive Attack e tutto il sottobosco, anche nostrano (Almamegretta, il giro CNY, Sensasciou, ecc.), che mischiava tradizione ed elettroniche, dub, blues e origini, mentre Go The Distance pulsa di beat e spezie che sono fughe in avanti e indietro nel tempo e nello spazio, di qua e di là dai Dardanelli. La summer of love in salsa levantina che chiude l’album con la title track è un oppiaceo free form in sfaldamento progressivo che è la vera ciliegina sulla torta di un album di livello altissimo, che ha come unica pecca, o pregio a seconda dell’orecchio, una evidente omogeneità di fondo che, a onor del vero, non stanca mai. Anzi.

Gli Imarhan, invece, compiono il “percorso” inverso, visto che rispondono dal nord Africa, Algeria ad esser precisi, ovvero in piena zona tuareg blues, con un album che si posiziona appieno nel trend del genere ma spinge anche verso altre direzioni: chitarre e sabbia, canti arcaici dalle melodie ipnotiche ed elettricità a go-go, beat afro e psichedelie sixties, per un lavoro che si staglia sui propri simili al livello dei precursori Bombino e Tinariwen per la freschezza del tutto (10 pezzi in poco più di mezzora che non stancano mai, grazie ai vari inserti beat, fuzz, disco ecc.) e per la volontà di presentarsi realisticamente come ponte tra due mondi in maniera del tutto naturale. Il titolo Temet, traducibile come “connessioni”, dopotutto dice molto più di quanto si possa fare in una breve recensione: rimanda direttamente a una sorta di rock 2.0, non tristemente world né fantozzianamente epigono di sonorità “altre”, quanto summa di un sentire comune che supera anch’esso tempi e spazio, occidente e oriente, ieri e oggi, e che non vaga più semplicemente per il proprio deserto ma indaga e riflette a più ampio spettro. Un paio di pezzi su tutti: l’attacco dell’opener Azzaman, sensualità e groove in salsa berbera, e la trascinante afrobeatdelia sixties di Ehad Wa Dagh. Tornando a monte del discorso, finché ci saranno dischi o progetti del genere non ci saranno barriere o “reazionismi ad cazzum” che tengano.

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