Recensioni

7.4

Riecheggiano pesantemente i Suicide più bluesy e martoriati nell’incipit di Badlands: Speedway King è un macilento, straniante e industrial-oriented blues che riesuma la sofferente voce di Alan Vega e la cala in un cabaret infernale e fumoso di scorie post-industriali.

L’ambiente ideale, dopotutto, perché Alex Zhang Hungtai, l’unico uomo dietro Dirty Beaches, è un crooner e di quelli maledetti: ciuffo ribelle, nuvole di fumo di sigaretta e immaginario fifties ben saldo in testa. Rockabilly d’impianto di base e cinematico nelle atmosfere, Dirty Beaches arriva al debutto lungo dopo una serie sterminata di pezzi piccoli, cd-r e tapes, segno di un apprendistato lungo e sofferto. Proprio come le sue musiche e le sue struggenti storie di spaesamento e disperazione.

Il bello è che in pratica suona sempre la stessa canzone: ritmicamente ossessiva grazie ai loop della drum machine, lo-fi nelle offuscate coltri di rumori ambientali, voluti o meno, anni cinquanta (stravolti) nelle melodie. Eppure il surf r’n’r di Sweet 17, il reiterato pop fifties sporcato di rumori di A Hundred Highways, la malinconia in bassa battuta di True Blue o Lord Knows Best, per non parlare delle horrorifiche visioni di Black Nylon o Hotel – vero e proprio immaginario stuprato da middle-class americana – sono piccole gemme di uno dei segreti meglio custoditi d’America. A voi scoprirlo, prima che sia troppo tardi.

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