Recensioni

Giunto al terzo album il quartetto americano raffina il suono senza mai perdere di vista l’humus post kraut-psych da cui proviene. Lo inasprisce e screzia, come già nel comeback Guider, di asperità post-punk metronomiche e marziali. Vi aggiunge paranoie vocali da shoegaze imputridito su reiterati tappeti post-Loop (gli echi catacombali di Minor Patterns), richiama alla mente il totem Falliano nella biascicante persona del leader Mark E. Smith (il cantato della title-track e certe evoluzioni strumentali sul corpo morto della wave) e si adagia sul già detto di sonicyouthiana memoria (Hibernation Sickness) reso però con classe e personalità. Propone numeri da paranoia-rock epici (All Gone White) o limitrofi al college-rock anni ’90 (Fear Of Darkness) d’immediata presa eppure non dimentica le proprie ostiche radici.
L’estenuante ripetizione krauta di Joa (cinque minuti che farebbero felici gli Oneida di Each One Teach One), il post-punk psicotico portato al collasso di Love Drug, una conclusiva Brother Joliene che catapulta Thurston Moore nella Germania dei primi ’70 mostrano i quattro a pieno agio nel trafficare con una materia abusata ma sempre affascinante se interpretata a dovere.
Brian Case (voce, chitarra), Johnathan Van Herik (chitarra), Damon Carruesco (basso) e l’ormai stabile Steve Shelley alla batteria, si stanno costruendo un piccolo culto del tutto meritato in un settore in cui la concorrenza è spietata (per rimanere negli States, vedi alla voce Wooden Shjips o Moon Duo). Giunti al terzo passo si intravede la possibilità della sterzata definitiva per uscire dal cul de sac della medietà. E ciò ci fa apprezzare Pre Language ma anche guardare con curiosità al futuro.
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