PREV NEXT
  • Giu
    29
    2015
  • Giu
    29
    2015
  • Mar
    23
    2015

Album

Add to Flipboard Magazine.

La morte di Rashad Harden ha lasciato un buco enorme nella vita di molti producer del giro di Chicago, ma sicuramente anche ben al di fuori di esso. Dopo che Mike Paradinas sdoganò la footwork e la juke in UK all’inizio del decennio, sicuramente nel Regno Unito è stato Kode9 a propagandarne e sperimentarne il verbo sul proprio stile, ad innamorarsi della scena e, non ultimo, a stringere un sodalizio umano e discografico con il compianto dj e producer morto di overdose ad aprile 2014. Ricordiamo ancora quanto il boss di Hyperdub prese male la notizia della sua inaspettata scomparsa e le energie spese nei mesi successivi per commemorarne la carriera e la creatività, sia in solo sia all’interno del collettivo di cui faceva parte, Teklife.

Comunque lo si osservi, Rashad, con quel suo tocco soulful e la sua ineguagliabile empatia per la cultura elettronica UK, è stato uno dei migliori, forse il migliore, nel portare la footwork altrove, fuori da se stessa e da Chicago, pur non tradendone mai la mission. Non a caso l’album Double Cup è stato osannato come uno dei picchi del genere proliferato per almeno un biennio in un ampio comparto di musica elettronica non solo britannica, ma anche americana e internazionale.

6613, il nuovo EP postumo di Rashad – e siamo sicuri che ne usciranno altri – è l’ennesima riprova di un talento che abbiamo imparato ad apprezzare proprio perché catalizzatore di un immaginario ad ampio spettro, una Schweppes di ghetto house con una naturale declinazione soul tagliata su avvincenti, quasi visive, serpentine juke. Nelle quattro tracce, tutte validissime, troviamo i feat. dei fedelissimi del Nostro, a partire dall’amico e collaboratore di sempre Dj Spinn ma anche Taso e Manny, in pratica lo zoccolo duro di Teklife. CCP2 è un tuffo nei lush years dell’house vista dal ghetto, Cause I Know U Feel è un vecchio brano r’n’b avvolto in spirali ascensionali di 808, Ya Hot è il rave trap secondo Chicago, Do Not Fuck è il Rashad in chiaroscuso che aspetta in un angolo, meditabondo e su di giri.

Tanto è accessibile ed eclettico il lavoro del producer di Double Cup quanto i due più rappresentativi lavori in ambito footwork di questi ultimi mesi costituiscono una secca discesa nei vicoli più bui e suburbani, ma anche una calata nelle sue vitalistiche energie di base. Dark Energy di Jlin rappresenta il frutto maturo di uno stile minimale, videoludico, ricco di smalti tanto esotici quanto cinematografici e sci-fi, grazie ad un incedere di fanfare minacciose e morbide glasse di voci, e strumenti dal mondo (sitar come didgeridoo). Ancora una volta è la programmazione dei ghetto beat a dominare la scena, nonostante qui si vada oltre un sound pensato per ballerini e una musica composta di sample; anzi, questi ultimi sono concentrati unicamente sulla manipolazione vocale. A sottolineare l’apertura di un lavoro che si cala nelle strade per trascenderle, c’è Holly Herndon ospite nella traccia Expand, ma è l’intera tracklist a portare con sé un’attenzione particolare per i significati e i segni del linguaggio, sia nei termini della scoperta (Unknown Tongues), sia come veicolo di ironici-cinici botta e risposta (Guantanamo) o altrettanto marziali declamati (Black Diamond con campionamenti da Tekken) che vanno a caricare il lavoro di una sfera politica tutta da esplorare.

Se 6613 e Dark Energy – rispettivamente di Rashad e Jlin – vanno esaltati per le quadrature dei rispettivi cerchi e, assieme, per aver portato il genere fuori dai propri confini, è per ragioni opposte che va apprezzato un lavoro come Fingers, Bank Pads & Shoe Prints, secondo album lungo del veterano della scena Kavain Space in arte RP Boo su Planet Mu. Figlio di un ex bassista di Prince, e prime mover dell’intera ondata footwork (la sua Baby Come On del 1997 è considerata la prima traccia footwork mai composta), Space non vuole stravolgere la footwork ma, al contrario, procastinarne l’essenza, portare avanti una musica in tutto e per tutto legata alle battaglie tra ballerini che l’ha ispirata in prima istanza. Carico di petulanti lallazioni juke, curve a gomito, ma anche, a sua volta, aperto a un potabile soul, il sound di RP Boo è senz’altro il più difficile da metabolizzare, ma appunto per questo, e soprattutto perché la bravura e l’estro sono di casa qui, le soddisfazioni non tardano ad arrivare.

Se la musica di Jlin è resistenza al controllo, questa è musica che comporta una resistenza per chi ascolta. Non c’entrano direttamente tutti i discorsi fatti finora riguardo a politica, all’afrofuturismo o a un astratto e mitico concetto di ghetto e contaminazione di qualsiasi tipo. Questa è musica di strada che esorta i ballerini a sfidarsi senza farsi mancare qualche episodio avanzato/malato/spostato/fuori asse che darà i giusti scarti all’ascoltatore casalingo. RP boo non fa prigionieri, spiazza e non dà tregua, ma dalla sua ha sample ben tagliati e una serie praticamente infinita di soluzioni.

21 Luglio 2015
Leggi tutto
Precedente
Thundercat – The Beyond / Where the Giants Roam EP Thundercat – The Beyond / Where the Giants Roam EP
Successivo
Discoforticut – Femmes Discoforticut – Femmes

album

album

RP Boo

Fingers, Bank Pads & Shoe Prints

recensione

album

Jlin

Jlin – Dark Energy

recensione

recensione

artista

artista

artista

Altre notizie suggerite