Recensioni

Nel 1996 una citazione dal New Musical Express appiccicata sulla copertina del vinile di Endtroducing… diceva: “DJ Shadow è il Jimi Hendrix o il Jimmy Page del campionatore”. Per completare il quadro aggiungerei pure Miles Davis. Al pari della sopraccitata triade, Josh Davis ha saputo adattare il proprio strumento a qualsiasi sonorità, ha composto brani che non invecchiano, è passato attraverso i generi evitandoli e, allo stesso tempo, digerendoli alla perfezione. È quindi un classico da non isolare nella limitante categoria hip-hop.
Dopo 10 anni, l’archeologo ritorna con la terza prova sulla lunga distanza e più che sfoggiare abilità tecniche, mostra la sua faccia nascosta: quella di MC. Già produttore di svariati progetti paralleli – tra cui U.N.K.L.E. e Quannum – compilations e remix, qui fa della musica un’arte conviviale, una festa di cui diventa leader, un barman che presenta un cocktail di collaboratori e suoni perfetti per un anniversario di tutto punto. Come l’Al Pacino di Scarface, consapevole della sua inevitabile decadenza, si accerchia di scagnozzi fidati che sanno spaziare dall’hip-hop old school à la Wu Tang Clan (Q-Tip, David Banner, Nump), al pop mainstream (Chris James dei Coldplay), dalla ballad malinconica (Christina Carter) all’hip-soul sexy direttamente dal Delta del Mississippi (Phonte Coleman).
La ciliegina sulla torta ce la mette lui, aggiungendo il blues scarno in memoriam New Orleans (Broken Levee Blues), l’hardcore sbavato che ricorda i Beastie Boys (Artifact) e una pennellata di ritmi che aggiustano il party. Questo non è il DJ Shadow che ci saremmo aspettati. Josh ci ha sempre spiazzato. Ogni volta è stato quello che dichiarava nel titolo: un vero e proprio alieno.
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