Recensioni

6.5

Nonostante gli Oasis siano stati il gruppo mediaticamente più forte e di maggior successo di tutta la stagione britpop, in pochi negli ultimi vent’anni hanno tentato di seguire in modo fedele le loro orme, sia durante il biennio ’95-’96 sia durante tutto il periodo post-britpop, tanto che la proposta per certi versi più simile è arrivata nientepopodimeno che dal Daniele Groff di Variatio 22.

Vent’anni più tardi, con i ricordi flebilmente tenuti in vita dai rispettivi progetti di Liam e Noel, una nuova scossa dal sapore brit la provano a dare gli australiani DMA’S. Non è la prima volta che band australiane inneggiano idealmente alla Union Jack, ma cosa spinga realmente tre ventenni della periferia di Sydney a formare una band di stampo brit 90s rimane oggi più che mai un mistero. Ora, qualcuno potrebbe far notare (giustamente) che tutto sommato non c’è bisogno di nuovi Oasis, ma contemporaneamente è anche vero che c’è sempre bisogno di band, anche innocue, capaci di scrivere immediati pezzi pop-rock dal sapore classico e senza tempo. Queste qualità Johnny Took, Matt Mason e Tommy O’Dell le mostrano fin dagli esordi, ovvero fin dall’omonimo EP d’esordio pubblicato via I OH You ormai due anni fa. Un cinque tracce compattissimo, seppur acerbo, contenente i due brani di punta – fino ad oggi – degli australiani: Delete e un Feels Like 37 all’epoca incluso all’interno della nostra playlist Tracks From Eps 2014 – First Half. Come talvolta succede in questi casi di inaspettato hype, il DMA’S EP è stato poi ripubblicato l’anno successivo dalle più conosciute Infectious e Mom + Pop con l’aggiunta di due brani: Laced e So We Know.

All’interno dell’esordio lungo Hills End viene lasciato poco spazio ai singoli dell’EP (fuori dai giochi Feels Like 37, Laced e The Plan), segno che nonostante la bontà del materiale escluso, i DMA’s hanno altre cartucce da sparare. Una di queste è certamente Too Soon, singolo di lancio dell’album e riuscito punto d’incontro tra gli Oasis più elettrici e i Cast di All Change. Un’altra è l’opener Timeless, adrenalinico concentrato di chitarra, basso e melodia. Non da meno le linee senza tempo nel chorus di In The Moment (il retrogusto è quello dei Charlatans). L’aspetto più interessante dell’intero progetto è però il contrasto tra una proposta musicale che potremmo definire seria (e concreta) e le caratteristiche di tre personaggi al limite dell’improbabile, ancora legati a un’attitudine assolutamente amatoriale, strafottente e kitsch nel suo essere così sfacciatamente derivativa e impregnata di un alone wannabe-qualcuno.

Le melodie sono impeccabili ed entrano in testa con estrema facilità, mentre la scrittura ruota attorno ad un guitar-pop piuttosto basilare (in un certo senso quasi didattico) con poche variazioni sul tema, come ad esempio le chitarre vagamente jizzy jazz di Step Up The Morphine (che insieme a So We Know mostra il lato più riflessivo e ballad-friendly degli australiani), che talvolta assumono connotati prettamente jangle-pop (Straight Dimensions).

Nel complesso Hills End è un disco immediato che soffre un po’ sulla lunga distanza, soprattutto per la presenza di alcuni brani che poco aggiungono alla visione d’insieme (in particolare le conclusive The Switch e Play It Out). Per i nostalgici del britpop un sicuro must, per tutti gli altri un piacevole diversivo. Vederci altro è, probabilmente, errato.

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