Recensioni

Presentato in selezione ufficiale alla quindicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, Ironbark di Dominic Cooke parla delle vicende che videro coinvolte la spia britannica reclutata dalla CIA Greville Wynne, interpretata da Benedict Cumberbatch, e la sua fonte russa Oleg Penkovsky, mentre cercavano di risolvere la crisi dei missili cubani. Un “semplice” commerciante, da un lato, e un ufficiale del governo sovietico, dall’altro: due uomini ordinari di cui mai nessuno avrebbe potuto sospettare, e che avrebbero – dietro le quinte, restando sempre taciti e invisibili – impedito che si scatenasse il più nefando dei conflitti mondiali. La storia è in parte simile a quella raccontata da Morten Tyldum in The Imitation Game, dove Cumberbatch interpretava il matematico e crittoanalista inglese Alan Turing e il tentativo di decifrare i messaggi segreti dei nazisti codificati con la macchina Enigma, mostrandoci per l’appunto la realtà di chi, dagli stretti e bui angoli del proprio studio, non scendendo in campo se non con la propria intelligenza al servizio di una causa superiore, cercava di porre fine al secondo conflitto mondiale.

Se, tuttavia, il film di Tyldum è – oltre che una brillante prova attoriale da parte di Cumberbatch che quasi gli valse un Oscar – una delicata e attenta disamina della psicologia di Turing, dove il genere cinematografico di riferimento è messo, in un certo senso, in secondo piano rispetto alla trattazione dei conflitti del protagonista, Ironbark è invece il suo controcanto. Fedele alla longeva tradizione degli spy-movie, pur non connotandone al massimo gli stilemi e le forme, il film di Cooke è corale e diversificato, e si va modellare sul duplice piano narrativo del privato e del complesso sottobosco in cui si trovano ad agire segretamente Wynne e Penkovsky. Il ritmo della narrazione incede rapido e spedito e il film rappresenta efficacemente i due distinti momenti che attraversarono i personaggi, catturandone la “spensieratezza”, in un caso – e qui funziona anche il modo in cui Cooke costruisce l’architettura del rapporto tra i due uomini, essenziale per giustificare le azioni di Wynne in seguito – e la tensione nonché il buio che coinvolsero Wynne nei suoi due anni e più di prigionia sovietica.

Lavorando sulla sceneggiatura di Tom O’Connor, Cooke incasella Ironbark nel thriller di spionaggio vecchia scuola, il tipo in cui uomini cupi in abiti scuri camminano per strade metropolitane buie e nebbiose, controllandosi costantemente alle spalle. La fotografia di Sean Bobbitt e la scenografia di Suzie Davies sottolineano il costante senso di minaccia del tempo che Greville trascorre a Mosca, dove non può mai sentirsi completamente al sicuro anche se inizia a guadagnarsi la reputazione di uomo d’affari, aprendo opportunità per le industrie locali con l’Occidente.

Efficace nella sua rappresentazione del tempo, del luogo e del disagio generale, il rapporto tra Wynne e Penkovsky è uno dei punti di forza indiscutibili del film. Non diversamente dall’amicizia che si sviluppa tra Mark Rylance e Tom Hanks in un diverso tipo di thriller sulla Guerra Fredda, Il ponte delle spie, Greville e Oleg trovano molti punti in comune e un profondo e reciproco rispetto. Cumberbatch manifesta e articola con forza l’ansia di Greville di trovarsi fuori dalla sua comfort zone, mentre il personaggio di Penkovsky è una presenza calmante, nonostante si renda conto di quanto stia rischiando tradendo la sua patria.

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette