• apr
    06
    2018

Album

Remote Control

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Ci sono personaggi che, se non ci fossero, bisognerebbe inventarli. Donny Benét è certamente uno di questi: baffoni da Super Mario, una calvizie contornata da lunghi capelli neri impomatati, espressione da lesso a completare una silhouette da pizzaiolo, canottiera bianca in combo con l’immancabile catenone e con una villosità portata con orgoglio o, in alternativa, improbabili e coloratissimi completi da pappone. In breve l’australiano sembra voler incarnare con tutte le sue forze un certo tipo di versione stereotipata dell’uomo italiano, e buon sangue non mente dato che suo padre, Antonio Giacomelli Benét, era un fisarmonicista al lavoro in contesti disco nei tardi 70s nonché musicista per i matrimoni.

Sebbene la fisarmonica lo abbia accompagnato lungo tutta l’infanzia (e la suona ancora occasionalmente, in un centro anziani di Sydney), Donny ha ben presto spostato la sua passione verso il quattro corde e verso i sintetizzatori (Moog in particolare). Prima di dare vita al percorso discografico solista ha suonato in alcune band a tema Italia (in Australia) ed è stato – giusto per non farsi mancare nulla – resident-performer all’hotel Hilton a Las Vegas, impegnato in cover discomusic e tributi a Tom Jones. Ed è proprio questo contesto vagamente grottesco e squallido che forgia il personaggio, l’entertainer: osservatelo sulla copertina del suo ultimo album The Don, che tipo di musica potrà mai proporre? Ma ovviamente un frullato di nostalgie 70s/80s in cui convivono il synth-funk, la disco music, il synthpop e la italo disco in modo assolutamente caricaturale (quando non direttamente parodistico). Insomma, al Nostro non manca nessun elemento per poter ambire allo status di idolo/eroe delle folle, anche solo in versione meme per cinque minuti di effimera viralità.

Il taglio (auto)ironico scorre lungo le otto tracce che compongono The Don, il primo album a circolare fuori dai confini nazionali grazie soprattutto ad una apprezzatissima attività live. Buona parte dei brani targati Donny Benét ruota attorno a un viscido-pseudo-romanticismo dai contorni languidi (è tutto materiale che poteva essere inserito all’interno dei film dei Vanzina con Jerry Calà o nella filmografia soft-porn anni ottanta per intenderci) che va a braccetto con un vago tradizionalismo e con un attaccamento alla famiglia (non c’è una intervista in cui non sviscera l’influenza del padre o la casa della nonna). Ma anche questo, dopotutto, fa parte del gioco. L’immagine dell’italiano alla conquista prima della discoteca e poi del mondo è presente in brani come Reach The Top (il protagonista è un italiano che tenta la fortuna a New York) e Night In Rome («I wanna spend the night with you in Rome», con tanto di una comicissima finta chiamata telefonica «Pronto. Ciao Bella»). Anche se il basso, gutturale e groovey alla Larry Graham, è il vero fil rouge del The Don-sound (Love Online), Benét dimostra abilità da poli-strumentista, risultando a modo suo credibilissimo anche come novello Moroder dietro ai synth e come chitarrista (nella già citata Reach The Top, ad esempio). L’esperienza completa però la si ha con i videoclip che promuovono due dei brani più irresistibili del lotto: Santorini (una mancata hit usa-e-getta di trentacinque anni fa) e soprattutto Konichiwa, un piccolo capolavoro smooth-funk con versi del calibro di «I give you my heart», «Konichiwa lets make love» o «It’s paradise when you’re with me». In entrambi i brani l’equazione sax=sex si manifesta inesorabilmente nel momento giusto, in un’apoteosi di incandescenti memorie eighties.

Non vogliamo esagerare con gli elogi – i concittadini Alex Cameron e Kirin j Callinan hanno un peso specifico maggiore e a tratti qui si sfiora la muzak – ma viene spontaneamente voglia di ripescare i lavori precedenti (Don’t Hold Back risale addirittura al 2011) e soprattutto di vederlo dal vivo (già annunciato al Covo Club di Bologna a febbraio 2019).

20 novembre 2018
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