• nov
    17
    1978

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Elektra

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An American Prayer è probabilmente uno degli LP più sottovalutati e bistrattati della storia, sicuramente il più denigrato nell’intera discografia dei Doors. Nel corso degli anni sono stati sprecati fiumi di inchiostro negativi sul disco, impressi su carta come una vera e propria spada di Damocle: “inconcludente”, “frammentario”, “un’accozzaglia di idee senza meta” sono gli appellativi più frequenti che macchiano la reputazione dell’ultima release ufficiale della band statunitense, ormai orfana del carismatico e travolgente leader Jim Morrison. Il vero problema in tutta la questione è da ricercare proprio nella classificazione del prodotto: An American Prayer non è un album, non in senso stretto per lo meno, bensì un disco altamente sperimentale in certe sonorità, ma soprattutto nel suo intento finale. Le tracce dotate della canonica “forma canzone” si contano sulle dita di una mano, compilate con furbizia da Manzarek in un minutaggio estremamente ridotto.

An American Prayer è un viaggio nella mente di un Jim Morrison anziano, non tanto per età, quanto per il suo stato emotivo e psicologico: “Jimbo”, come erano solite chiamarlo le ultime sanguisughe a lui legate, si sente vecchio dentro, consumato da una fittizia immortalità che ha illuso lui e molti altri toccati dalla mano divina della fama. An American Prayer è un continuo dondolio di ricordi, un’interminabile oscillazione fra gioie passeggere e solitudine interiore. Awake è sicuramente la sezione più diretta, in cui maggiormente ritroviamo la vena “pop” dei Doors; Ghost Song non avrebbe sfigurato in un qualsiasi esemplare del catalogo passato e rimane un ottimo esempio di come musica popolare e spoken word non siano poi così lontane. La versione originale dura ben cinque minuti, ma il taglio netto che ha subito il brano su questo lato A riporta alla mente quanto detto nel precedente paragrafo; Dawn’s Highway contiene il suggestivo trauma infantile, il celebre racconto degli indiani morti sul ciglio della strada, episodio che ha colpito nel profondo il piccolo Morrison, il suo primo incontro con la morte, fenomeno tanto inspiegabile quanto reale. La conclusione della vita è certamente la tematica principale dell’intera opera, ben celata da un’enorme varietà di argomenti altrettanto intimi e personali. Un’inaspettata paura permea quasi tutti i testi, facendo trasparire un versante sconosciuto dell’icona che ha segnato una generazione intera: la fragilità di un uomo divenuto profeta per migliaia di fan, inebriati da quell’utopia plasticosa chiamata “summer of love”. La versione live di Roadhouse Blues che appare nella quarta parte contiene un vero e proprio sermone in chiusura di pezzo: delirio a scena aperta, prima e dopo la performance, urla di una folla che ormai annoia Jim, deluso dalla sua stessa notorietà. Il mondo è in fiamme (citando la canzone omonima), ma nessuno se ne accorge perché è troppo impegnato ad applaudire.

Le venature blues tanto apprezzate in L.A. Woman fanno capolino di tanto in tanto, creando un magnifico ossimoro con i versi di Angels and Sailors; chiunque ritenga senza ispirazione An American Prayer dovrebbe riascoltarsi Curses, Invocations, puntuale nota in grado di zittire chi sottovaluti l’abilità dei tre musicisti. L’infanzia ritorna in Lament, finché lievi rimandi a Riders on the Storm ci traghettano nella fase finale di questa avventura: l’ora magica, che tanto ricorda The End, non è altro che un soffuso saluto, un silenzioso addio. Un requiem che idealmente trova il suo zenit in Feast of Friends: «No more money, no more fancy dress, This other kingdom seems by far the best, until it’s other jaw reveals incest, and loose obedience to a vegetable law». È lo stesso Jim a dirci di essere stanco, completamente svuotato dall’unica cosa che ha sempre desiderato e amato: «la morte ci rende tutti angeli».

La musica si interrompe. Resta il silenzio, mentre il ricordo di quella meravigliosa voce fende l’aria un’ultima volta.

5 aprile 2016
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