Recensioni

A parere di chi scrive, Fate (2008) aveva rappresentato una delle sorprese più gradite che l’indie americano potesse (ancora?) riservare; questi Dr. Dog – nome da cibo per cani, come restare insensibili a cotanta cazzonaggine? – si ponevano idealmente tra l’orgoglio rootsy di Wilco e l’epos accorato di My Morning Jacket, mettendoci di loro quel quintale di ’60 (Beatles / Kinks / Dylan) ripassato nello slack’90 diPavement e compagnia. Quel gusto per la melodia a presa rapida e per arrangiamenti che sanno stuzzicare anche il palato più esigente resta ancora adesso la loro caratteristica più amabile, anche dopo quello Shame Shame(2010) che doveva rappresentare il balzo definitivo nell’empireo del mainstr-indie (in consolle c’era anche Rob Schnapf, già cospiratore del miglior Elliott Smith) e si invece era rivelato una mezza delusione.
Be The Void mette definitivamente le cose in chiaro, nel bene e nel male: la band di Toby Leaman e Scott McMicken fa dannatamente bene quelle due o tre cosine, e non c’è tanto altro da chiedere o da aspettarsi. Warrior Man prende i fratelli Davies più sornioni (dalle parti di Apeman o giù di lì) e li rimesta in salsa psych; Lonesome caracolla alla Beck con uno di quei ritornelli che non ti si staccano più dalla testa dopo il primo ascolto; Vampire ha quell’incedere nevrotico e solenne di Dylan & The Hawks dal vivo nel 1966 (esageriamo, dite? Ascoltare per credere), e in genere ogni episodio ha gli ingredienti giusti per farsi gustare. Ma l’impressione generale è quella di trovarsi di fronte a qualcuno come – vediamo… – gli Spoon, qualcuno a cui tuttavia manca quella scintilla per arrivare … beh, voi sapete dove. Di questi tempi tocca accontentarsi, dite? Più che altro, è come andare alla bottega di fiducia, quella che ancora ha il pane fatto in casa: certamente diverso da quello che compri al supermercato, e sufficientemente somigliante a quello della nonna (anche se non ha proprio quel sapore). Dr. Dog: lo slow food dell’indie pop-rock. Non male come slogan, eh?
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