• Ott
    14
    2014

Album

42 records

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C’è stato chi ha tremato e chi ha gioito, ma quando è uscito Disordine, il disco solista di Marco Jacopo Bianchi dei Drink To Me, in arte Cosmo, abbiamo temuto che una delle indie band italiane più interessanti degli ultimi dieci anni, avesse esalato l’ultimo respiro o, magari, perso per sempre quell’appiglio svincolato dalle retoriche (neo)cantautorali che aveva reso grande la band di Ivrea. Non solo: i Drink To Me del post-Cosmo hanno dovuto anche affrontare la perdita del bassista Carlo Casalegno, sostituito dal ritorno di Pierre Chindemi, che, però, non suona il basso, ma una valanga di synth modulari. Sembrava uno sfaldamento e invece era una rinascita. E, come tutte le rinascite, è fondata su una sfida.

La sfida di Bright White Light, quarto Lp dei Drink To Me, è ingombrante: da un lato superare tanto la piega battistiana (seppur camuffata) di Cosmo, quanto la perdita di Casalegno; dall’altro oltrepassare o quantomeno dialogare con il disco cardine dell’indie-rock elettronico degli anni Zero italiani, quell’S che li aveva consacrati come imprescindibili su scala nazionale. L’onere e la responsabilità, a dire il vero, sono stati affidati alle mani attente di Alessio Natalizia (Banjo Or Freakout), ad una nuova etichetta, la 42 Records, e ai mix di Andrea Suriani.

I Drink To Me non hanno mai fatto fatica a modificare se stessi e il proprio sound, pur mantenendo intatta quella citazione velata e immaginifica dello psych, del kraut di matrice Flaming Lips o Animal Collective. È una capacità rara, ma che gioca a loro favore, quando devono fare i conti con opere ingombranti come S. Laddove S, dunque, era più pop “del ghetto”, con riferimenti a The Chap, M.I.A., Anika, ecc., Bright White Light è fatto di una materia più eterea che, se certo non rinuncia all’assiduo martellare delle percussioni e dei pattern ritmici (come dimostra l’opening Endless Endless), ama ricreare l’atmosfera estatica della luce intensa.

È vero, si sente l’esperienza di Cosmo e dell’attitudine melodica e, a volte, in brani come Bright, Secret o No Treasure, può risultare stomachevole, ma i Drink To Me di Bright White Light hanno imparato anche a decostruire, a sottrarre materiale, al fine di isolare la potenza melodica dei brani. Bright è come un brano dei compianti Efterklang cantato in falsetto, Wild è l’incontro a metà strada fra Belle & Sebastian e Postal Service (e il ritornello ci capiterà di cantarlo inconsapevolmente chissà quante volte); Twenty-Two è frutto di nove minuti di improvvisazione che danno vita a un brano dream-wave, che quasi tende alla techno, come a dire che i ragazzi saranno pure d’indole pop e iper-melodica, ma la loro forza (la forza di tutto questo disco) è la misura e la quadratura con cui gestiscono le urgenze; No Treasure, esempio massimo di brano pop, in linea con la tradizione 80s, ma soprattutto con il revival d’inizio anni Zero, basso-centrica all’ennesima potenza, ma con i synth e il cantato in perfetta armonia.

In un disco in continua ricerca di una coesistenza fra l’estrema melodia e la ricerca equilibrata delle parti, una menzione speciale merita il cantato di Marco Bianchi, che, senza bisogno di particolari modellamenti sulla voce, gestisce magnificamente tutti i registri, dal falsetto alla voce reale, dalle note basse a quelle più alte.

Malgrado l’impresa di superare S fosse impossibile già da principio (e probabilmente non era neanche nelle intenzioni dei Nostri), Bright White Light è un disco terribilmente riuscito, grazie proprio alla sua capacità di rigenerarsi, conservando intatta la cifra stilistica che ha reso i Drink To Me una delle migliori indie band del decennio.

5 Novembre 2014
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