Recensioni

Che siano avanguardie, che sia musica sperimentale, che siano boutade sonore, ciò che spesso si osserva con una certa intolleranza è la necessità di apparire intriganti, idiosincratici. Non conta più di tanto il suono, la struttura, quanto l’impatto che quel momento può regalare. Nel caso di Hippo Lite, il secondo album dei Drinks, duo composto dall’eccentrica cantautrice gallese Cate Le Bon e da Tim Presley dei White Fence, ci si trova di fronte a un’esecuzione dai risultati variabili e imprevedibili.
Lontano dal potersi considerare cantautori convenzionali ed estranei a strutture puramente pop, i due sono invece debitori tanto del post-punk anni ottanta quanto della new wave. Hippo Lite ha visto la luce durante il ritiro nella cittadina di Saint-Hippolyte-du-Fort nel sud della Francia che oltre a dare l’ispirazione per il titolo, ha offerto a Le Bon e Presley un ritorno quasi idealizzato alla natura: nel disco rivive la vita al mulino, il pane cotto a legna, le nuotate al fiume, il dialogo con insetti, rane, pipistrelli e la paura degli scorpioni. La loro è una parodia art-pop in salsa lo fi fra un atipico surrealismo e una ritrovata passione per la scena di Canterbury, più scarna e immediata. Una stranezza visionaria, una leggera nostalgia, una filastrocca oscura e introspettiva: se l’affascinante album d’esordio del duo si basava su un reciproco apprezzamento per l’interpretazione psichica, sebbene frenetica e singolare, con questo nuovo disco si manifesta imponente l’idea dell’isolamento e dello scontro tra armonia e discordia umana attraverso l’uso di field recordings. La melodia contro il caos per uno sperimentalismo che non sempre sembra provenire da improvvisazioni spontanee quanto da meticolose e pianificate linee cantautorali. Il rischio di deludere le aspettative sta proprio qui: Hippo Lite dà l’impressione di vagare eccessivamente in mezzo a una voluta ricerca di stranezza compositiva. Ed è un peccato perché l’avant senza misura – giusta – lo rende un buon disco ma non ottimo come avrebbe potuto essere, se solo i due avessero fatto un po’ meno.
Dove il songwriting è più focalizzato, come nell’acrobatica Real Outside in cui le chitarre si fanno taglienti à la Talking Heads e la natura pacatamente groovy del cantato della Le Bon ricorda Nico, il disco regala picchi goduriosi. Come nella psichedelia strumentale della pulsante In the Night Kitchen, o nel folk-pop di casa Belle & Sebastian di Corner Shops, dall’uso massiccio e vivace di pianoforti deformati e linee di basso funky. L’irregolarità dell’album talvolta ne limita la libertà e il gioco, come dimostra l’intricata stranezza delle melodie fuori tono di Pink or die, in cui l’intreccio tra la voce chiara di Cate Le Bon e le delicate armonie di Tim Presley creano un’ansia sintetica e asfittica.
Cate Le Bon e Tim Presley trattano la follia dell’auto-realizzazione con punture di cacofonia, riff post-rock e modelli sonori talvolta ripetitivi: provano ma non riescono ad abbandonarsi al lirismo, la bellezza sembra restare nell’attività sostenuta, nei suoni che mormorano fin nelle fibre nervose più periferiche. Se i due rivelano una certa abilità nel presentare un’irrealtà eccentrica, l’intimità claustrofobica che esce da Hippo Lite rischia di offuscarne la sensibilità pop, lo strepitio lirico e tragico. Come davanti a un episodio ben riuscito di cubismo sonoro, le geometrie psicotiche e martellanti del Drinks crescono malsane fino alla vacuità turbolenta che si scatena nel collasso torbido e vitreo di un candore irrisolto, paranoico e folle.
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