Recensioni

La nostra recensione di Shallow Bed, album di debutto dei Dry The River si concludeva con la frase "i Dry The River hanno astutamente seguito passo per passo il manuale per arrivare al grande successo. Ora la palla passa al pubblico."
A otto mesi di distanza, nonostante il momento di ampia esposizione per certe sonorità, dobbiamo constatare che il grande successo non è arrivato e che il pubblico alla fine ha preferito guardare altrove: la 28° posizione raggiunta dall'album in madrepatria Inghilterra è il minimo sindacale per una band che lo scorso anno è stata inserita all'interno della lista BBC sound of 2012. Avevano i mezzi per puntare ai palazzetti e agli stadi, così – per il momento – non è stato.
Poco male dato che nella dimensione club i Dry The River dimostrano di essere comunque completamente a loro agio, probabilmente grazie anche alle loro esperienze passate di matrice punk-hardcore. L'unica data italiana in quel del Covo Club a Bologna è qui a testimoniare sia la loro mancata esplosione mediatica sia la loro capacità di spaziare tra folk, sfuriate rock e armoniose melodie.
I cinque sul palco – Matt Taylor (chitarra), Will Harvey (violino e tastiere), Jon Warren (batteria), Scott Miller (basso) e il cantante Peter Liddle, che a livello di aspetto preoccupante se la gioca con Christopher Owens – presentano nella quasi totalità Shallow Bed. Partiti con l'anonima Shield Your Eyes, Peter e compagni si buttano direttamente su uno dei loro brani più orecchiabili e conosciuti del repertorio, New Ceremony. I presenti – tra i quali sicuramente non mancano fan duri e puri arrivati da lontano – apprezzano ed entrano istantaneamente nel ruolo di coro aggiunto. Peter Liddle, che alterna due chitarre acustiche ed una elettrica, non è impeccabile ma nel complesso ne esce sempre vincitore grazie ad un timbro di sicuro impatto, mentre Scott Miller nel suo fare da attore-intrattenitore è comunque funzionale nell'accentuare le accelerazioni rock. Sono loro i due protagonisti del palco, gli altri tre eseguono, precisi e di rifinitura.
Non mancano alcuni momenti al limite dello stucchevole, soprattutto quando Peter si fa accompagnare dai soli cori dei colleghi (come nella prima parte della pur bella Weights & Measures) ma i Dry The River sono una band a due facce e quando ingranano la marcia nei crescendo non troppo distanti dall'approccio epic post-rock (l'intro di Bible Belt via M83, la seconda metà di Lion's Den) riescono a solidificare la loro proposta e a mettere d'accordo tutti, anche chi li rimprovera di essere un po' troppo cheesy nelle melodrammatiche sublimazioni folkish-pastorali.
Apici dell'ovviamente breve set, oltre alle sopracitate lunghe incursioni in territori rock-oriented, la loro hit per eccellenza (No Rest) e l'inaspettata conclusione: dopo il classico siparietto ironico da Covo nel momento del pre-bis, la band fa spegnere le luci, scende tra il pubblico ed inizia a suonare una versione unplugged di Shaker Hymns, illuminata solamente da una manciata di cellulari. Il concerto finisce, lo spettacolo no, con il bassista Scott Miller letteralmente assalito dalle fan.
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