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7.7

Per la Treccani l’ipermertria, nel linguaggio medico, è un disturbo della regolazione dei movimenti volontari, che sono compiuti con forza ed estensione esagerate, in caso di lesioni del cervelletto. Nella metrica, e dunque nella poesia, invece ipermetria è un termine, riferito ad uno o più versi, al fatto di essere ipermetri, ovvero superare per qualche motivo la misura ordinaria. Poesia? Eccedere la misura ordinaria? Disturbo? Lesioni? Ci sono, ci siamo. Voi, voi ci siete?

Hyperbeatz vol.1 è l’ottimo esordio per dTHEd, un trio nato dall’unione di Fabio Ricci (prima basso poi batteria per i romani Vonneumann) con Simone Lanari (Sycamore Age) e Isobel Blank , autori di Sum and Subtraction, un lavoro suadente e magnetico a nome Ask the White, prodotto proprio dall’etichetta di Vonneumann, ammiratore omonimo. Se in quel disco si tentavano, riuscendoci perfettamente , avvincenti e personali strade tra folk, electro e wave, mentre i vonneumann da 20 anni trafficano ai margini del rock, cosa accade in questo nuovo progetto, pubblicato dalla sempre attenta Boring Machines di Onga?

Accade è proprio la parola giusta, perché queste otto tracce, narrative e sorprendenti, sono scrigni capaci di svelare nuovi segreti ad ogni ascolto; dipende da quale punto le osservi, le guardi prendere vita, come bizzarri organismi biomeccanici: la ritmica è costantemente frastagliata, sospesa tra affanno, fuga, rincorsa ed agguato, inevitabile fare riferimento al gelido ed ineffabile magistero di Autechre: labirinti, deriva, rifiuto del linguaggio come convenzionale mezzo di comunicazione (dietro questa scelta, esemplificata da titoli che sono una lunga teoria di ДnβĦ, ŞmpŁø-π  e via discorrendo), tra Babilonie grafiche, mentali, intime ed universali, satori, furori, eresie, confessioni ed immediate sconfessioni. Accadono cose che non sappiamo descrivere né dire, perché ogni volta suonano diverse; musica rigorosa ed eventuale, accademica e selvatica, algida, nevrotica, ma tremendamente sensuale. Una sorta di ipersoul per una versione 4.0 di Brazil di Terry Gilliam,

Come nell’universo distopico del film la burocrazia ha sancito il suo inesorabile dominio su ogni attività umana, mentre una sacca di ribelli tenta di non soccombere al cinismo dilagante, qui invece succede che l’intelligenza artificiale prenda il sopravvento sulla batteria, foss’anche elettronica, come in una sorta di malato, lucidissimo gospel futurista che intona un canto a divinità al silicio distanti e per nulla compromesse con le nostre pochezze, con le nostre ceneri e le nostre miserie. Panorami in HD, architetture iper funzionaliste, cieli di ghiaccio e veleno che osserviamo dall’oblò delle nostre pupille, come in un western del 3000 d.c., aspettando la pioggia che queste nuvole ostili promettono.

“Il cielo sopra il porto aveva il colore della televisione sintonizzata su un canale morto”, così il memorabile incipit di Neuromante, il capolavoro cyberpunk di William Gibson del 1984 (guardacaso): alzate il volume al massimo, chiudete gli occhi, fate che la stanza venga allagata da questa musica imprendibile, orchestrale e anfetaminica, eccessiva e nitida, ipertecnologica, ma profondamente umana. Questo è il blues della neurodiversità: lasciate che vengano a voi (a noi) tutti i bellissimi fantasmi convocati dalla terza traccia, ŞmpŁø-π, in perfetto equilibrio tra ombre quasi jazz e gli abissi di un oggi che è già domani; oppure, come bambini, ridete stando a cavalcioni di giochi sbilenchi e impossibili (il math rock dubbato-Don Caballero e Sun Araw a braccetto?- e passato in centrifuga di 5ẘrƓn^) . C’è posto per tutti, sulla giostra, basta lasciare da parte ogni pregiudizio ed essere ancora capaci di stupore. Un disco pazzo, spiazzante , inspirato ed espirato, ossigeno da respirare a pieni polmoni come fossimo a 4000 metri; musica ispirata (anche) ad un libro di cui si è tanto parlato ultimamente e di cui personalmente so poco e niente ( Iperoggetti di Timothy Morton), ma poco importa. Se penso a Timothy mi viene invece in mente il robottino di Fratto X del geniale Antonio Rezza, che guarda caso appare sul palco proprio quando il performer straparla di incomunicabilità. E allora tocca tornare a John Cage, ancora una volta: “ Non c’è nulla da dire, e lo sto dicendo”.

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