Recensioni

Recuperiamo l’ultimo disco della creatura di Matt Mondanile, l’ex Real Estate allontanato dalla band a causa delle denunce per molestie sessuali di cui è stato oggetto e di cui già si parlava ai tempi del precedente Jersey Devil (2017, recensito qui). Nel frattempo le accuse hanno acquistato solidità, l’ex compagna Julia Holter ha rincarato la dose, e Mondanile ha deciso di andare in terapia, chiedendo anche scusa pubblicamente per quanto aveva fatto.
Ma è servito a poco: “caught in the crossfire” tra l’effettiva gravità di quanto commesso (niente stupri ma molestie fisiche sì), il momento del #metoo, la rigidità stile Salem con cui negli USA prendono le cose (e sì che i padri fondatori avevano letto Beccaria…) e uno status intermedio (né così famoso da essere protetto da orde di fan ed etichette potenti – vedi Michael Jackson – né così sconosciuto da passare sotto silenzio), Mondanile si è ritrovato avvolto dal buio mediatico, una sorta di damnatio memoriae senza orecchie disposte a credere al cambiamento o porte aperte per ricominciare. Da lì il trasferimento in Europa («I left the USA / and I’m never going back / although I miss the food / the people there are mad», Deal With It), col disco composto su un synth dai suoni 80s e realizzato in uno studio di Anversa ma anche ad Atene, dove vive ora e dove ha registrato le buone performance di alcuni musicisti locali, come il fonico e polistrumentista Sergios Voudris, il sassofonista Dimitri Karaiannis e Yani Martinelli, che ha suonato un po’ di chitarra e di tastiere ma soprattutto è responsabile delle seconde voci.
Anche l’album si trova ad un incrocio, uno strano e proficuo cortocircuito tra una versione particolarmente pulita, leggera e anni ’80 del suo consueto stile estivo/balearico e i testi, nei quali affronta quanto successo nel suo recente passato: un diario intimo nel quale si alternano momenti lirici che descrivono una pace a momenti faticosamente ritrovata («Can you show me where I can find some peace?», Answered in a Prayer) – e d’altronde il nostro Davide Cantire lo aveva scritto, in sede di recensione del disco precedente, che probabilmente dietro quella leggerezza si nascondeva qualcosa di oscuro o, come dice lui, «There’s layers underneath […] There’s a hole in me / I try to fill it up / I can make this work / Just will take some time» (The Ocean Floor) – ad altri che affrontano più direttamente la questione, anche in modo esplicito, vedi «since I’ve been discarded / it’s been hard to find the bread» (il ritmo vagamente True Blue di Deal With It). Non cerca scuse, l’autore: «Of course I am to blame», semmai «I hope you understand / that I’ve left it in the past» (Confession), perché «It’s not all dark down there» (Bad Guy).
A stupire, però, più che il contrasto tra il racconto di quanto passato e l’ariosa leggerezza venata di malinconia con cui lo veste, è la felice ispirazione di un disco che senza gli scandali avrebbe meritato e magari ottenuto più visibilità (ma ovviamente a quel punto sarebbe stato per forza diverso). Resta la domanda se Mondanile sia cambiato davvero o se stia cercando di salvarsi la carriera; ma non siamo un tribunale, possiamo solo dire che non vediamo elementi che distinguano il suo comportamento recente da quello di una persona effettivamente pentita e cambiata. Sull’uomo, dunque, non ci esprimiamo, mentre possiamo dire che l’artista dimostra, nell’ispirazione di queste felici melodie pop e nel modo in cui ha elaborato e trasformato creativamente il suo recente passato, di esserci ancora.
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