Recensioni

Una volta qualcuno disse, forse James Brown, che andare a vedere un concerto è come andare in chiesa. C’è uno spettro piuttosto eterogeneo di interpretazioni a riguardo – ad esempio, potrebbe far riferimento alla sacralità dell’atto performativo, oppure al fatto che delle persone con ceti sociali, nomi, vestiti e persino etnie diverse si radunino spontaneamente per assistere allo stesso fenomeno che si consuma dinanzi ai loro occhi. Oppure, e questa è l’ipotesi che preferisco perché la più suggestiva, i musicisti sono come cerimonieri, fungono da tramite tra il sanguigno e l’etereo, tra il terrestre e il celeste. Però è anche vero che qualcuno (di sicuro non James Brown, forse Frankie Valli o vai a sapere) ha detto che dal vivo puoi fare un monte di cazzate, ed è una cosa sacrosanta, che modestamente non mi sentirei di obiettare. Probabilmente è questo il motivo per cui non si incidono e distribuiscono più album dal vivo, almeno come uso e rituale un tempo persino ovvio nel contesto della musica pop – perché l’artista è sì cerimoniere, è sì idolo e persino santo, ma è comunque umano, di ciccia e ossa, e può sbagliare. E le ferree leggi draconiane del mainstream laccato e iper prodotto di questi tempi non transigono segnali di umanità, figuriamoci errori.
Ebbene, gli svedesi Dungen (per chi non li conoscesse, in due parole: band allucinante) sono tra i migliori in questo giochino dei live, mescolano come pochi altri sanno fare (forse se la contendono in un derby infuocatissimo tutto scandinavo coi Motorpsycho), giocano di prima, allungano e accorciano i pezzi, fanno praticamente quello che vogliono, per quanto tempo vogliono. Sono generosissimi, se in forma. Sono tipo quei giocatori che giunti alla soglia dei trenta hanno già le caviglie/ginocchia sbriciolate dagli infortuni, ma giocano da fermi e lo mettono in quel posto a tutti quanti. Tipo Baggio al Brescia.
Eppure, fino all’uscita di questa bella raccolta (perché di ciò si tratta, ci arriveremo) edita al solito dalla brillantissima etichetta Mexican Summer (che ha un roster di soli fantasisti che fanno le giochesse etc. etc.), i Dungen non avevano mai (o quasi, salvo qualche lato B di qualche singolo o vai a sapere) messo sulla piazza un reperto che ci raccontasse quanto spaccano dal vivo. Ecco, ora è il momento. Dungen Live è però un album dal vivo atipico, guardingo, mi piacerebbe dire scaltro, come un bomber di provincia: innanzitutto perché è registrato in casa (allo Stora Teatern a Gothenburg e al Victoriateatern a Malmö – città natale di uno mica tanto scarso), e tutti sanno che davanti al proprio pubblico i grandi numeri 10 fanno prestazioni degne della loro reputazione; ma soprattutto perché la band si affida a Matthias Glava, uno che se non vi spiegassi chi è vi sembrerebbe solo un tizio svedese con un nome buffo, invece è il produttore/mentore la cui mano è intervenuta (a fasi alterne) nel manipolare alcuni tra i più raffinati capitoli dell’ormai ventennale carriera dei Nostri – il secondo album, Stadsvandringar, cui per comodità spesso ci si riferisce chiamandolo 2, e il meraviglioso Allas Sak, del 2015, anno in cui non a caso sono state incise le parti interamente strumentali che poi, riassemblate come un enorme mostro di Frankenstein, compongono questo Live.
La struttura è semplice, democratica, classica, senza beghe: lato A, lato B. Inframezzati da una cover (strumentale ovviamente) di Ain’t so Hard to Do di Doug Jerebine, un oscuro rocker neozelandese le cui prodezze sono state recentemente riscoperte (e raccolte in qualche compilation della mitica etichetta Drag City). Il resto è puro patchwork sonoro di fughe strumentali, code, intro, rumori d’ambiente, gente che chiacchiera in sala, persino una breve versione rallentata e lo-fi stile Ariel Pink di Alberto Balsam – quella Alberto Balsam, certo, di cui i Dungen fornirono una versione propria “suonata” per una compilation di Aquarium Drunkard nel 2014. Questo album viene buono anche come manuale d’istruzioni per far capire a chi magari non li conosceva bene o li scopre solo adesso cosa siano veramente i Dungen, quanta potenza abbia il loro raggio che colpisce il folk, il rock anni Settanta e quello moderno, il jazz, l’ambient.
E insomma, credo che sia inutile aggiungere che l’album è magnifico anche senza una parola, o un pezzo uno che sia riconoscibile (salvo poche eccezioni), ma che anzi questa bizzarra scelta sia stata forse la più giusta, quella che ha pagato di più, almeno nel voler rendere un’immagine bella e indelebile di questo magnifico mostro-jam, di questi giocatori che incantano le platee, persino con quelle imperfezioni che, si sa, saranno pure errori, ma rendono tutto più vero.
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