Recensioni
Le caratteristiche per farsi notare dalla stampa di settore questi cinque le hanno tutte. Il Times li ha recentemente inseriti negli Ones To Watch descrivendoli "ragazzi cresciuti alle complesse partiture temporali degli XTC aggiornate ai Talking Heads e al math-pop", il Guardian li ha spottati nella sezione Band Of The Day chiamando in causa l'ennesima rinascita, questa volta mancuniana, con Hurts, Everything Everything and Delphic, Wikipedia chiude in bellezza il negozio di dolci con riferimenti quali Smiths, King Crimson e Steve Reich.
Nessuna bugia, i Dutch Uncles usano tempi complessi, jingle-janglano circolari come Fripp negli 80s, ritmano secondo serialità prestabilite, ma erano (c'è un omonimo del 2009 su Tapete) e rimangono una indie band dalle dubbie capacità melodiche.
Come dei Field Music con canto byrniano edulcorato, o dei Battles scarburati folk-pop, i cinque sembrano una bella sportiva uscita di fabbrica ma senza un driver vero. Il rodaggio è roba da poco ma la personalità è quello su cui Duncan Wallis deve, in primis, lavorare. Le sue strofe e ritornelli sono quasi sempre inefficaci e alla band tutta sembra mancare l'urgenza e l'orgoglio di cotanto passato chiamato in essere.
Accattivanti e forse qualcosa in più gli zii olandesi ma, per ora, il loro gioco dura poco.
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