Recensioni

Avendo del tempo a disposizione, sarebbe interessante proporre un’analisi comparata e approfondita della scena pop contemporanea, prendendo in esame uno ad uno ogni singolo progetto e giungendo alla conclusione che, tralasciando la sempre produttiva – e più marcatamente settoriale – scena scandinava, da qualche tempo a questa parte si sta facendo largo un ulteriore insieme di proposte che converge, a sua volta, verso sonorità psych-art-pop fra loro assimilabili, dando vita ad un possibile nuovo filone di studio. A farsi strada all’interno di quest’ultima categoria sono anche i Dutch Uncles, band che – neanche a farlo apposta – presenta come personale headquarter quella prolificissima Manchester, condivisa dagli act affini di cui sopra (Everything Everything, Egyptian Hip Hop e Alt-J su tutti) e, a livello macro, quel Regno Unito che ha dato i natali ai compagni di tour – e spesso straordinariamente affini – Wild Beasts e ai numi tutelari – nonché colleghi sotto Memphis Industries – Field Music.
Questo Out Of Touch In The Wild è il terzo lavoro dei cinque dopo l’omonimo d’esordio e Cadenza del 2011 ed il primo a spingere seriamente l’acceleratore verso strutture labirintiche e vagamente math, piazzando i già citati Field Music sul dancefloor e cercando di restituire il sorriso a Mark Hollis e compagni. E’ così che fanno sorprendentemente capolino le sfumature esotiche e saltellanti di xilofono e marimba (Fester e Threads) quasi fossero novelli XTC o ancora si lasci la scena ai barocchismi strings-centred di Flexxin e Godboy, quest’ultima in odore di ultimi Phoenix ed entrambe – sicuramente – esempi lampanti della strada che una band pseudo-decaduta come i Ra Ra Riot avrebbe dovuto pensar bene di intraprendere per dare un senso alla propria esistenza. C’è tanto lavoro di studio dietro questa produzione e testimonianza ne è la percezione di avere sempre il suono giusto al momento giusto, la sovrapposizione impeccabile e la capacità di gestire ‘a memoria’ strutture prog criptiche e complesse come accade nel kraut-conclusivo – e convulsivo – di Brio. C’è anche spazio per il basso funky a tenere le redini di Bellio e per la splendida doppietta simil-Wild Beasts introdotta dal pianoforte scintillante di Phaedra e impreziosita, soprattutto, dalle raffinatezze di Nometo, probabilmente apice dell’LP in questione.
In definitiva, una prova di assoluto valore per la band mancuniana che, seppur mostrando talvolta il fianco ad eccessi di uniformità di suono, affronta con personalità la sfida lanciata dai compatrioti, dando ulteriore testimonianza dello stato di grazia attuale delle proposte pop d’Albione.
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